Ci sono luoghi, qui nel nord del Paese, per accedere ai quali, devi “conoscere qualcuno“. Lo sappiamo tutte/i, ma fingiamo che questa pratica non assomigli tragicamente al sistema clientelare di un Sud verso il quale arricciamo il naso, quasi a dire “noi, siamo diversi”.

Garantisco che in effetti non era così anni fa. O almeno non era così evidente e così accettato. Posso provare che  non era pratica diffusa.

Oggi è divenuto normale, qui al Nord, ascoltare frasi di questo tipo: “La scuola a cui voglio iscrivere mia figlia è eccellente ma molto selettiva. Mia figlia è brava, ma non basta: i posti sono pochi. Mio marito però conosce (e qui fa un nome) e dunque abbiamo ottime possibilità di fare entrare Giulia”.

Dicevo che anni fa queste affermazioni erano rarissime. Ma l’elemento nuovo che emerge da queste dichiarazioni è l’assenza totale della vergogna. La frase suddetta infatti non solo viene pronunciata, ma nessun elemento che comunichi imbarazzo la accompagna. Può anche darsi che anni fa questi comportamenti talvolta si manifestassero, anche se in numero decisamente inferiore rispetto ad oggi, ma venivano taciuti perché ci si rendeva conto, cioè si conservava ancora la consapevolezza che non fossero giusti, e che chi le pronunciava stava godendo di un privilegio immeritato, eticamente inaccettabile.

La signora suddetta racconta del suo privilegio dunque non solo senza vergogna bensì  consapevole e soddisfatta del favore di cui gode immeritatamente.

Anna ha poco più di trentanni e già possiede una piccola azienda. “Come hai fatto?” le chiede stupita l’amica coetanea incredula. “Mio padre è amico del consigliere di amministrazione che sta nella Fondazione” quella che le ha erogato i fondi. La beneficiaria lo dichiara ad una tavola di amici; nessuno pare stupito.

Anna non si vergogna del suo privilegio, chi ascolta è abituato e quindi non si indigna che le cose in Italia vadano così.

La politica è in Italia uno dei luoghi dove più si manifesta la scomparsa del sentimento della vergogna e l’assenza di indignazione. Durante le ultime elezioni abbiamo assistito, (ancora!) alla nomina di numerosi personaggi incompetenti che sono andati a ricoprire posizioni immeritatamente, con grave danno per noi tutti.

“Come fanno ad uscire di casa, come fanno a non vergognarsi quando incontrano noi cittadini?” mi chiedeva affranta una ragazza dopo un incontro in un liceo. Già, come fanno?

In questi anni abbiamo abdicato ai nostri doveri di cittadini che si dovrebbero indignare di fronte alle ingiustizie e che dovrebbero provare vergogna se attraverso le loro azioni, il voto ad esempio, non riuscissero a sanarle.

Abbiamo contrabbandato il cinismo come una  qualità di chi molto conosce e molto ha vissuto. E invece bisogna dirlo finalmente che restare scettici di fronte alle ingiustizie, contrabbandare il sarcasmo inerte per indignazione, restare con il sopracciglio alzato e il ghigno di chi ormai  ha visto tutto e da niente viene sorpreso, sta alla base non solo dello sfascio attuale ma anche e soprattutto della disillusione dei ragazzi e delle ragazze.

Il cinismo ammazza il futuro, è un sentimento mortale.
La  disperazione che molti di loro oramai provano non scaturisce dalla consapevolezza che  la crisi si sta dimostrando ben più grave di quanto ci prospettassero, ma dal vedere intorno a sé adulti corrotti che se pur non si sono “serviti del proprio potere per ottenere denaro, concedendo favori illeciti” sono moralmente guasti proprio perché  hanno rinunciato alla possibilità di indignarsi e di vergognarsi, entrambi sentimenti legati alla vita che  muovono all’azione e non ci privano del futuro.