L’Italia e il suo patrimonio archeologico. Immenso al punto di non essere neppure ben definito. In realtà quel che si può vedere, quanto risulta accessibile, è considerevolmente di meno. Dietro cartelli che informano sulla chiusura al pubblico, dentro recinzioni chiuse e senza alcuna indicazione, oppure sostanzialmente inaccessibile, c’è molto. Riacquistarlo alla fruizione un’operazione non breve. Qualche volta senza tempo. Questione di risorse. Insufficienti spesso. Mal impiegate, non di rado.

A Roma, nel giugno scorso, i turisti hanno atteso per quasi cinque ore l’apertura del Colosseo. Davanti ai cancelli, senza alcun preavviso, si leggeva la scritta “chiuso per sciopero”. La stessa scena ripetuta anche davanti Palazzo Massimo, alle Terme di Diocleziano e di Caracalla. Terminata l’agitazione, nuovamente porte aperte. Quel che non succede, invece, per un’infinità di monumenti disseminati per la penisola, isole comprese. L’impossibilità di visitare singoli monumenti ed aree archeologiche o parti di esse, tutt’altro che un caso episodico. La casistica dei motivi che soprintendono alla dolorosa decisione di interdire la visita non propriamente ricca. Si va dai lavori di restauro, a quelli di scavo, dalla non ancora completata accessibilità e musealizzazione, allo stato di conservazione, pericolosamente oscillante tra il precario e il rovinoso. Qualche volta il verificarsi di crolli. Situazioni che tutte o almeno in parte potrebbero avere una loro più che plausibile giustificazione, se spesso non si protraessero stancamente da anni.

Roma non può che fornire materiale in abbondanza in questo viaggio alla ricerca di quel che c’è ma non si può vedere. Nella passeggiata virtuale si potrebbe partire con la Domus Aurea, nel parco del Colle Oppio, la nuova residenza con le pareti ricoperte di marmi pregiati e le volte decorate d’oro e di pietre che Nerone fece costruire dopo il celebre incendio del 64 d. C. “La Domus Aurea è sempre una miniera di scoperte” ha sostenuto nel settembre del 2009 l’allora Soprintendente archeologo Eugenio La Rocca, dopo il rinvenimento di un importante ambiente del complesso. Chiusa dal marzo del 2010, dopo il crollo di una delle strutture traianee sovrapposte all’impianto originario. Al settembre dell’anno in corso impegnati quasi 14.699 milioni di euro dei 16.472 a disposizione. Gli ambienti sui quali intervenire e quelli sui quali si lavora ancora di più di quelli terminati.

Un’altra chiusura eccellente, che si protrae da tempo, sul Palatino. E’ la cosiddetta “casa di Livia”, con le celebri pitture parietali anche con scene mitologiche.

Ugualmente off limits per restauri, la chiesa di S. Maria Antiqua, uno degli esempi più significativi dell’adattamento e della rifunzionalizzazione di un edificio pagano preesistente. Nell’ottobre dello scorso anno riaperta, dopo otto anni, per un breve periodo. Finora non sono bastati neppure i 639 mila euro consegnati alla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma dal World Monuments Fund di New York, che dal 2001 collabora al progetto di conservazione e valorizzazione del monumento, insieme a fondazioni ed istituzioni italiane e straniere. 

Stessa sorte per l’area sacra di Largo di Torre Argentina con le strutture di quattro templi di età media e tardo repubblicana e i resti della Curia di Pompeo, celebre per l’uccisione di Cesare. L’area archeologica, per decenni nel più completo degrado nonostante le pulizie di associazioni di volontari e per questo interdetta alle visite, è da tempo chiusa per lavori di restauro.

La lista si allunga ancora di più considerando il numero spropositato di monumenti non accessibili senza preventiva autorizzazione. Insomma tutti quelli sulle cui recinzioni compare un pannello con la scritta “Per la visita rivolgersi a”, seguita da un numero telefonico della Soprintendenza archeologica di Roma. Per l’appuntamento con il custode delegato all’apertura, dipende dai casi. Molto difficilmente si ottiene in giornata. Accade al Ludus Magnus, la più grande delle palestre gladiatorie di Roma, l’area tra via Labicana e via San Giovanni in Laterano, a due passi dal Colosseo, come all’area sacra di S. Omobono con i resti di due templi di età repubblicana, tra via Petroselli e via del Vico Jugario, e al comprensorio di S. Croce in Gerusalemme con i resti del grandioso palazzo imperiale dei Severi, comprendente il cosiddetto anfiteatro castrense, e poi di Elena, madre di Costantino.

Le cose non vanno meglio altrove. Ad Ostia antica ci sarebbe la città fondata in età repubblicana e sviluppatasi in quella imperiale. Peccato che una parte non piccola di domus, addirittura di insulae, sia sommersa dalla vegetazione infestante. Che costringe a darle solo un’occhiata, da lontano. Stessa sorte di tanti ambienti di Ercolano, una delle città campane seppellite dall’eruzione del Vesuvio del 79. Anche se qui, spesso da decenni, ad impedire l’osservazione di mosaici ed affreschi, colonnati e giardini interni è il pericolo di crolli, il timore di aggravarne lo stato più che precario. Ad Ancona poi la situazione appare anche peggiore. I recenti scavi nei pressi del porto moderno con strutture riferibili all’area commerciale della città romana, trasformati in una foresta tropicale. Ci sarebbe materiale per continuare. Purtroppo.

Tra chiusure di lungo corso ed aperture a richiesta molti monumenti continuano a rimanere quasi invisibili. Non si possono visitare, non sono nelle condizioni di essere mostrati e di poter costituire un beneficio, ma allo stesso tempo la loro conservazione e valorizzazione presenta dei costi insopportabili. Mentre si continua a discutere sulle politiche gestionali da seguire, quanto spazio sia lecito lasciare all’intervento dei privati, perdiamo pezzi importanti del nostro patrimonio. Senza fare abbastanza.