È seduta per terra, Ilaria. Le gambe raccolte con le braccia intorno, le mani che tirano giù le maniche della felpa scura, quasi a trovarci un impossibile riparo. Sotto i capelli neri, lunghi e ricci i due occhi grandissimi continuano a bagnarsi. La bellezza giovanile e disadorna appare stupefatta dalla commozione. Tiene lo sguardo al palco su cui è deposta la bara, che lei stessa ha portato lì a spalle insieme ad Andrea, un giovane torinese, e ad altre quattro ragazze: Martina, Silvia, Jessica, Marta, dalla provincia di Pavia a quella di Bergamo. Cinque giovani donne per portare con la prima solennità della vita i resti leggerissimi di una donna che oggi non arriverebbe ai quaranta.

Ilaria guarda don Ciotti, tra rose, girasoli e margherite, un’infinità di margherite, mandate in regalo da un floricoltore di Vittoria. Ascolta le brevi parole in diretta di Denise e piange, lo fanno in tanti, anche gli adulti, nella piazza intitolata a Cesare Beccaria, il giurista che mise al bando la pena di morte. Lavora a Coop-Lombardia, Ilaria, politiche sociali. Conquista le scolaresche quando parla dell’impegno del movimento cooperativo per fare arrivare sulle tavole i prodotti dei beni confiscati alle mafie. Ma l’incontro anche fisico con la storia di Lea sembra averla restituita per un giorno agli sgomenti dell’adolescenza.

Un po’ più in là c’è Martina, anche lei è arrivata presto per partecipare da vicino. Anche lei un po’ più che ventenne. Sta dall’altra parte delle transenne, appoggiata alle sbarre con i grandi occhiali che riescono appena a nascondere l’emozione che arriva a fiotti, tra le note di Battiato, Capossela, Vasco e De André, quelle preferite da Lea. Fotografa spesso, come a fissare immagini che resteranno nella sua vita di giovane schierata da qualche anno dalla parte dell’antimafia: una ricerca sul campo sulla ‘ndrangheta in Germania destinata, dice con orgoglio, a uscire in questi giorni su “Narcomafie”.

Un po’ dietro c’è Sara, l’impegno civile fatto ragazza. Lei scatta foto in ogni direzione. I capelli ricci castani, la faccia splendida e impunita, è ormai una habituè dei campi confiscati, è stata in Calabria a studiare lo sfruttamento dei migranti di Rosarno. Poi a Wrexham, in Galles, in un centro di accoglienza per le ragazze nere vittime del traffico di umani. Sta partendo per un progetto di studio all’estero, prima Tarragona poi Beirut. Non si contiene, Sara, ci mette minuti ad asciugarsi le guance, quando Enza Rando, l’avvocato di Denise, legge il testo di una lettera straziante scritta da Lea Garofalo.

Una lettera mai spedita, indirizzata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dignitosa, consapevole. Sono una madre sola e disperata, dice, e so solo quale sarà la mia fine: sarò uccisa. Una richiesta di aiuto per sé e per le persone nella sua condizione. Asciutta, breve, terribile. Sara non resiste. Avvolta in una delle bandiere arancioni con il volto di Lea e la scritta “io vedo, io sento, io parlo”, si fa fuscello, come atterrita dal clima evocato da quelle parole, scritte in chissà quale cucina, tinello o sala d’aspetto.

Poi c’è un’altra Ilaria, che ai venti non arriva. Che sta conducendo al liceo Viriglio di Milano, avanguardia del movimento antimafia nelle scuole cittadine, un ciclo di lezioni proprio sulla mafia. I capelli biondi raccolti indietro, presenta programmi, tira fuori i suoi libri, spiega, distribuisce la parola agli ospiti, dà appuntamenti per il momento del “fare”. C’è anche la sua solarità nella folla, a organizzare la piazza.

E con lei Marilena, che invece studia fisica ed è stata tra le decine di giovani che per due anni si sono dati la staffetta a Palazzo di giustizia per stare idealmente accanto a Denise, la coetanea mai vista, perché anche quando ha testimoniato era schermata da un paravento.

Davvero una giornata di emozioni e di dignità civile, guidata da questa “meraviglia di gioventù”, come ha detto dal palco don Ciotti. Con tanti ragazzi, naturalmente. Se qui si è parlato solo di ragazze, è perché la loro rivolta civile ha un senso particolare. Il potere più maschilista e totalitario ha pensato che uccidere e bruciare una donna fosse un fatto privato, giustificato dalle leggi dell’onore. Le ragazze invece dicono che è un grande fatto pubblico.

Nelle loro speranze, la sconfitta della ‘ndrangheta in Lombardia partirà dalle donne. Destinate a ubbidire e invece ribelli. Destinate a tacere e invece testimoni collettive. L’antimafia con gli occhi lucidi ha, ancora una volta, un orgoglio femminile.

Il Fatto Quotidiano, 20 Ottobre 2013