Oltre al conto cointestato con Bersani c’è anche un telefonino della Camera assegnato, non si capisce a quale titolo, a ‍Zoia Veronesi. Al telefonino affidato a questa dipendente molto particolare della Regione Emilia Romagna dall’allora questore della Camera, Gabriele Albonetti, l’uomo dei conti per il Pd a Montecitorio, ora si sta interessando la Procura di Roma. La prossima settimana Albonetti sarà sentito come persona informata dei fatti nell’ambito dell’indagine sul conto corrente intestato al duo Bersani-Veronesi.

Il procuratore capo Giuseppe Pignatone ha affidato il fascicolo (svelato dal Fatto Quotidiano il 4 ottobre) al procuratore aggiunto Francesco Caporale e al sostituto Corrado Fasanelli. I magistrati, dopo avere studiato le carte trasmesse da Bologna, hanno incaricato il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza guidato dal colonnello Cosimo Di Gesù di effettuare gli accertamenti sul conto cointestato al leader del Pd. Il rapporto bancario era emerso durante l’inchiesta della Procura di Bologna che vede indagata ‍Zoia Veronesi per truffa aggravata ai danni della Regione Emilia-Romagna. Nei primi giorni di settembre è stato notificato l’avviso di chiusura indagini, che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, da parte dei pm bolognesi Valter Giovannini e Giuseppe Di Giorgio. Secondo l’accusa, la Veronesi è stata pagata dall’ente pubblico Regione dal primo giugno 2008 al 28 marzo 2010 quando in realtà svolgeva un lavoro privato di segreteria per il leader del Pd Bersani. La Procura di Bologna contesta alla Veronesi e all’ex capo di gabinetto del presidente della Regione, Bruno Solaroli, la spesa dei 140 mila euro lordi più rimborsi pagati dalla Regione.

Quando lo scandalo esplode, le carte tornano a posto: ‍Zoia Veronesi, a marzo del 2010, nello stesso mese in cui l’ex deputato del Pdl Enzo Raisi presenta l’esposto in Procura, si dimette dalla Regione e trova lavoro al Pd. Al termine dell’indagine a settembre 2013, la Procura bolognese trasmette a Roma le carte sul conto corrente e il telefonino. Il fascicolo è un mero modello 45 senza indagati e ipotesi di reato nel quale sono confluiti l’informativa e le dichiarazioni inizialmente segretate della Veronesi, relative anche alle due questioni (conto e telefonino) contestate durante l’interrogatorio. Alla presenza del difensore, Paolo Trombetti, nel novembre del 2012, la segretaria di Bersani ha sostenuto che il conto risaliva al 2000 e vi confluivano anche i contributi dei privati regolarmente registrati dal deputato. Mentre riguardo al telefonino, Veronesi ha spiegato di averlo avuto dal Questore Albonetti anche se non lavorava per la Camera in virtù del suo ruolo di raccordo con la Regione. La scelta dei pm bolognesi di non trasmettere subito il fascicolo a Roma e di non svolgere attività esterna di verifica ha una sua logica. L’intento legittimo di tutelare il segreto sul filone bolognese ha certamente avuto degli effetti politici, indiretti e non voluti.

Dopo la scoperta del conto, Bersani è stato candidato prima alle primarie contro Renzi e poi alle elezioni nazionali contro Grillo e Berlusconi. Indubbiamente non avrebbe giovato alla sua immagine l’uscita sui giornali della notizia di un conto cointestato con la segretaria indagata per truffa sul quale confluivano i contributi elettorali, compresi i famigerati 98 mila euro della famiglia Riva nel 2006. Un eventuale ingresso dei finanzieri alla Camera per chiedere l’estratto conto e le carte sul telefonino della sua segretaria non sarebbe stato un bello spot. Il deputato Elio Massimo Palmizio (Pdl) nei giorni scorsi ha annunciato un’interrogazione al ministro Cancellieri per chiedere “perché i magistrati, nel momento in cui hanno appreso dell’esistenza del conto intestato a ‍Zoia Veronesi, indagata per truffa, hanno deciso di secretare gli atti, inviandoli per competenza alla procura di Roma solo tre settimane fa, a distanza di 12 mesi dalla presunta notizia di reato”.

In Procura, a Bologna, fanno notare che l’informativa finale del Nucleo di Polizia Tributaria di Bologna è più recente. Anche se il conto sarebbe stato individuato e segnalato dalla Guardia di Finanza non uno ma ben due anni fa. I ritardi non giovano a nessuno. Anche Bersani ha fatto capire al Fatto di non aver gradito i ritardi negli accertamenti perché non ha nulla da temere: “Su quel conto sono confluiti solo contributi regolarmente registrati alla Camera. I soldi sono stati spesi per attività politica, di partito o di associazioni, nel corso degli anni. Al 31 dicembre 2012 erano rimasti sul conto circa 20 mila euro. Ora non c’è quasi nulla. Sono una persona trasparente e ho rispetto della magistratura. E sono pronto a fornire tutti gli elementi a chi di dovere. Non a un giornalista”.

da Il Fatto Quotidiano del 18 ottobre 2013