Mafia in Lombardia. Appalti pubblici in cambio di voti e appoggi elettorali. Questa l’accusa. Il caso esplode il 29 settembre 2012. In carcere finiscono Eugenio Costantino e Marco Scalambra, ritenuti uomini cerniera tra mafia e politica. Manette anche per l’allora assessore regionale Domenico Zambetti. Tra gli indagati compare anche Alfredo Celeste, sindaco Pdl di Sedriano, professione insegnante di religione. L’accusa di corruzione semplice (per le presunte promesse di favori a Costantino) gli vale gli arresti domiciliari poi revocati nel gennaio 2013.

Nei giorni scorsi al tribunale di Milano si è svolta l’udienza preliminare per decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura. In elenco anche Celeste, il quale mantiene la sua carica di sindaco. In attesa degli esiti penali, qualcosa, però, è già successo: la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto per Alfredo Celeste la misura di prevenzione personale con l’emissione della sorveglianza speciale per tre anni. Un atto che sarà valutato nell’udienza fissata domani alle 13 davanti a una specifica sezione del tribunale di Milano. Circa quaranta pagine che, stando all’avvocato Giorgio Bonamassa, difensore di Celeste, sono carta straccia visto che partono da una premessa sbagliata: l’accusa di corruzione aggravata dal metodo mafioso (articolo sette). In realtà, si legge fin dall’ordinanza d’arresto firmata dal gip, il sindaco di Sedriano è accusato di corruzione semplice. L’aggravante mafiosa viene contestata ai soli Costantino e Scalambra. Di più: secondo la ricostruzione degli investigatori non è provato che Celeste sapesse dei legami mafiosi dei suoi due interlocutori. E che stiano così le cose, prosegue la difesa, è dimostrato dalla misura cautelare: ai domiciliari e non in carcere prevista per chi ha l’articolo 7. Altro particolare decisivo, visto che senza l’aggravante la procura non avrebbe potuto chiedere la sorveglianza speciale. Per questo i legali di Celeste il 18 settembre 2013 hanno chiesto formalmente l’annullamento dell’udienza fissata per domani. Alla base, ricostruiscono, l’errore “marchiano” nella formulazione del capo d’imputazione. Richiesta rigettata perché formalmente inapplicabile. Dunque si andrà in aula. Anche se, scrivono i legali di Celeste, così facendo si è “posta la Procura nella condizione di non essere smentita immediatamente”. Da qui i dubbi sollevati dai legali sulla “terzietà” del collegio giudicante.

Al centro della richiesta emessa dal pubblico ministero Alessandra Dolci ci sono gli undici faldoni dell’inchiesta Grillo parlante che nell’ottobre 2012 porta in carcere ventinove persone. Tra loro lo stesso Zambetti, i capi della cosca Di Grillo di Vibo Valentia da anni insediata nel comune di Cuggiono. L’indagine porta in primo piano la figura di Eugenio Costantino, calabrese, ras dei compro oro, ma soprattutto uomo cerniera, ragiona la procura, tra la ‘ndrangheta e la pubblica amministrazione lombarda.

Costantino conosce, sente e incontra Zambetti. Costantino conosce, sente e incontra anche Alfredo Celeste. Da qui l’accusa di corruzione per il primo cittadino di Sedriano. Accusa condivisa con Costantino e con il medico di Rho Marco Scalambra, anche lui sospettato di essere un procacciatore di voti, ritenuto dagli investigatori personaggio “molto in vista e potente nella zona, con forti appoggi politici, e marito della consigliera comunale di Sedriano, Silvia Fagnani”.

Secondo la procura “Alfredo Celeste, operando nella sua qualità di pubblico ufficiale in quanto sindaco del comune di Sedriano, prometteva a Eugenio Costantino e a Marco Scalambra, che agivano da corruttori, di compiere una pluralità di atti contrari ai suoi doveri di ufficio, asservendo sistematicamente le proprie funzioni pubbliche agli interessi privati (…) come corrispettivo del sostegno elettorale e finanziario ricevuto dagli stessi Costantino e Scalambra in occasione delle consultazioni elettorali del 2009, nelle quali venne eletto Sindaco”. Questo il capo d’accusa (il nove) che ad oggi inchioda Celeste alle sue responsabilità di “politico piegato alle logiche e agli interessi” di Eugenio Costantino “soggetto malavitoso” che ha “una concezione insana” della pubblica amministrazione. Concezione, ragiona il pm Dolci, dalla quale un buon politico deve prendere le distanze. “Presa di distanza che non ha caratterizzato la condotta di Celeste”.

La Procura, nella sua richiesta, attinge a piene mani dalle informative dei carabinieri del nucleo provinciale di Milano. Decisive, secondo l’accusa, le intercettazioni che danno “la fotografia di un politico colluso e dipendente nelle sue decisioni dall’influenza esercitata da Costantino e Scalambra, che lo hanno indotto a compiere atti contrari ai doveri del proprio ufficio”.

Celeste e Costantino, stando alla ricostruzione del pm, sono talmente vicini, che il sindaco invita l’uomo della ‘ndrangheta a un incontro elettorale dove sarà presente l’allora consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti. Obiettivo: “Portare un certo numero di persone per riempire la sala e fare fronte a eventuali contestazioni”. E’ il 14 maggio 2011 e il Rubygate è già scoppiato. Lo stesso vale per Marco Scalambra che Celeste durante un interrogatorio definisce “avere un ruolo di supporto all’attività urbanistica”. Con quali competenze, si chiede il pm, visto che Scalambra di mestiere fa il medico.

Le intercettazioni, dunque. Il 13 maggio 2011 Costantino parla di Celeste. Dice: “Ho aiutato a Sedriano a fare il sindaco (…) sembrava che all’inizio se ne sbatteva (…) invece adesso ho chiesto due o tre piaceri per amici, s’è messo a disposizione”. E poi, come detto, c’è il caso Minetti. Celeste chiede una mano a Costantino. Lui accetta. Il sindaco gli annuncia di voler presentare pubblicamente la figlia dell’uomo della ‘ndrangheta, giovane consigliera a Sedriano. Poche ore e lo stesso Costantino al telefono con un conoscente dice: “A sto sindaco lo sto aiutando (…) ma vedi se a Sedriano fanno un solo lavoro e non me lo dà a me, lo distruggo!”. Secondo la procura nel rapporto con Costantino, lo stesso Celeste spera di trovare una via preferenziale verso l’assessore regionale Zambetti. Di più: Celeste al telefono con Costantino confessa: “Tu sei il mio modello, io guardo a te e ho invidia, non c’è niente da fare”. Da qui la grave conclusione del pubblico ministero Alessandra Dolci: “Dalle comunicazioni intercettate sono emersi concreti elementi per affermare che i progetti politici di Celeste e la necessità di potersi giovare degli illeciti appoggi elettorali di Costantino ne hanno fatto un politico in mano a quest’ultimo e a Scalambra”.

Ricostruzione che Celeste nega decisamente. Come la corruzione o i voti incassati dalla ‘ndrangheta. Niente di tutto questo. Insomma tanto rumore per nulla. Come anche la commissione prefettizia che dal gennaio 2013 si è insediata nel comune di Sedriano per accertare infiltrazioni mafiosa. “Non hanno trovato nulla, non c’è nulla”, chiude Alfredo Celeste.