A livello mondiale l’obiettivo è riuscire ad arrivare a garantire, in tutto il mondo, l’accesso alla scuola primaria di ogni bambino entro il 2015, per raggiungere il quale mancano all’appello 1.700.000 docenti; senza contare i 5.100.000 nuovi insegnanti che sarebbero necessari per sostituire quelli in uscita. In Italia, negli ultimi 5 anni, il numero degli alunni dalla primaria alle superiori è cresciuto di 90.990 unità. Lasciando inalterato il rapporto iniziale alunni/docente, ciò avrebbe dovuto comportare un conseguente aumento proporzionale del numero di docenti, che invece sono diminuiti di circa 80.000 unità, con conseguenti classi numerosissime.

Come tutte le celebrazioni che si rispettino, quella del 5 ottobre – Giornata Mondiale degli Insegnanti, istituita dall’Unesco nel 1994 – ci consegna cifre, prospettive, buoni propositi e – qui da noi – tanta amarezza: tra una spolverata modernista di facciata (il flop dei registri elettronici è sotto gli occhi di molti) e dichiarazioni demagogiche su impegni e progetti (sempre al futuro) – nulla cambia. La scuola è allo stremo, e con lei gli insegnanti: rinnovo dei contratti (bloccati dal 2009) ancora una chimera, con perdita di potere d’acquisto in crescita esponenziale; minacce di imminenti ritorni “di fiamma” rispetto all’innalzamento dell’orario di lezione; credito sociale zero.

Ma lasciamo per un attimo da parte i guai di casa nostra.

Senza dimenticare oggi i tanti bambini che ancora non trovano accesso ad un diritto primario ed inviolabile, quello all’istruzione, e ai tanti donne e uomini che – in condizioni molto più difficili delle nostre – tentano quotidianamente di far fronte all’emergenza educativa nelle zone più svantaggiate del mondo, ecco due esempi diversi, ma significativi, di dignità professionale di questo inizio di anno scolastico nel Vecchio Continente.

Cara nostra studentessa, caro nostro studente”, così inizia la lettera indirizzata dalla Federazione di Professori dell’Insegnamento secondario greci ai propri alunni. “È passato ormai molto tempo da quando i governi dei Memoranda, e tutti coloro che li servono, hanno deciso di distruggere la Scuola Pubblica, di trasformarla in un’azienda grigia e severa, che avrà spazio solo per i figli di pochi. Qualcuno cerca di convincerci che si tratta di una cosa normale e logica. Aspettano di farci “abituare” alla distruzione”(…).  La privatizzazione strisciante e la quizmania: “Durante l’estate, hanno portato avanti l’opera distruttiva della fusione/abolizione di scuole. Hanno chiuso all’improvviso, in una notte, molte scuole e hanno abolito alcune specializzazioni dell’educazione tecnologica, spingendoti tra le “braccia” delle scuole private.
Nel contempo, il governo cerca di completare la trasformazione della scuola in un campo di esami forzati, un centro di allenamento per gli esami, visto che invece di elaborare un programma che mirerà alla conoscenza sostanziale e versatile e che ridurrà la pressione insopportabile che stai vivendo, crea un meccanismo disumano di setaccio di persone, basato sugli esami continui, dalla Scuola Media fino al tuo ultimo giorno nel Liceo”.
Un passaggio sulla valutazione coatta e finalizzata alla “razionalizzazione” delle risorse: “
Con lo stesso disprezzo per qualsiasi cosa viva e bella, le stesse persone secche ci impongono di essere “valutati”, cioè di trasformare quello che amiamo di più (i nostri studi e la nostra educazione, i programmi ed i lavori che facciamo insieme a te, tutte quelle ore di gite, di spettacoli teatrali, di discussioni, di prove e di concerti) in “carte” che riempiranno la nostra cartella, per salvarci dal licenziamento”.  Il Pensiero Unico: “Insieme a questo, hanno creato un asfissiante codice disciplinare che ci vuole persone docili, che pensino a “insegnare” e a niente altro”. I precari: “Cominciamo questo anno scolastico in meno: con delle scuole chiuse nell’educazione tecnica e generale, con oltre 10.000 colleghi ai quali hanno tagliato la strada verso la scuola”. La richiesta di sostenere lo stesso obiettivo e la responsabilità del ruolo: “Ed è per questo che noi, i tuoi professori e le tue professoresse, abbiamo deciso di ribellarci in questa lotta decisiva, che romperà la putrefazione del “niente può succedere”. In questa lotta vogliamo al nostro fianco tutti i lavoratori. Vogliamo i tuoi genitori, ma abbiamo bisogno anche di te. Non per evitare gli obblighi che sono nostri. Il costo della lotta lo subiremo noi, completamente, nonostante le zozzerie che trasmettono alcuni media. Ti vogliamo al nostro fianco, come anche dentro l’aula, perché è la tua partecipazione che dà senso alla nostra lotta”.

Cambiano i paesi, ma la formula liberista non cambia. Potrebbe essere la lettera dei docenti italiani.

In Inghilterra il modello di scuola-azienda sta mostrando le corde, dopo decenni di egemonia del test; una lettera al Times scritta e firmata dalla poetessa Carol Ann Duffy e da circa 200 tra letterati e accademici afferma: “La competizione tra i ragazzi attraverso un incessante uso di test dai risultati definitori alimenta un crescente senso di fallimento nella maggioranza degli allievi”. Sciopero anche dei docenti inglesi, per protestare contro una scuola dalla esasperata competitività e dalla egemonia del quiz. “L’insegnamento appiattito sui test restringe notevolmente la gamma delle esperienze didattiche”. E noi, che sono anni che lo affermiamo!

L’imbrigliamento dei docenti inglesi in una valanga di burocrazia e griglie valutative li ha resi insensibili persino rispetto alla proposta (vi ricorda nulla?) di pagare di più i migliori. Insomma, la patria della scuola della valutazione e della centralità del quiz rischia di far marcia indietro. Accadrà anche da noi? Con buona probabilità. Ma i tempi dell’amministrazione italiana sono tanto lunghi nel rincorrere (un modello, possibilmente anglofono) quanto nel recedere. Mentre altrove si deciderà diversamente, noi ci accingiamo a soddisfare le richieste dei fan Invalsi.