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Troppi stranieri in classe? E’ anche per effetto del “white flight”, la fuga delle famiglie italiane dalle scuole di quartiere

Costanzo Ranci, sociologo del Politecnico di Milano: "La mobilità degli italiani è un fattore determinante nella segregazione scolastica". Ecco i numeri del fenomeno
Troppi stranieri in classe? E’ anche per effetto del “white flight”, la fuga delle famiglie italiane dalle scuole di quartiere
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Annunciando un tetto per legge agli studenti stranieri nelle classi, Giorgia Meloni ha detto che “non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza”. Poi l’affondo: “Chiamare tutto questo integrazione è un’altra menzogna, una menzogna comoda per chi ci fa la morale dai salotti e poi i propri figli li manda in scuole nelle quali questo problema non esiste”.

Così fan tutti, si potrebbe rispondere. Perché dietro l’eccessiva concentrazione di studenti stranieri in molte classi c’è anche il comportamento delle famiglie italiane, che spesso iscrivono i figli in istituti lontani dal luogo di residenza. A dirlo sono le ricerche del Laboratorio di Politiche Sociali del Politecnico di Milano sul fenomeno definito “white flight“: la fuga dalle scuole considerate più “difficili”, perché caratterizzate da una maggiore eterogeneità etnica ma anche sociale ed economica.

Milano offre una fotografia particolarmente nitida. Grazie alla collaborazione del Comune, il Laboratorio del Politecnico ha rilevato che il 56% dei bambini italiani delle elementari e il 57% delle medie frequenta una scuola diversa da quella del proprio bacino di residenza. Una mobilità che è “il principale fattore di segregazione”, spiega al Fatto Quotidiano Costanzo Ranci, ordinario di Sociologia economica al Politecnico e coordinatore del Laboratorio di Politiche Sociali. Ranci mette in guardia dal considerare il fenomeno una manifestazione di razzismo. Le ragioni possono essere educative, sociali, organizzative ed economiche: “Spesso la motivazione è quella, del tutto legittima, di assicurare ai propri figli la migliore istruzione possibile”, spiega. “Il problema non è la scelta individuale, è l’effetto combinato, l’effetto di sistema che ne deriva”.

Quanto pesa questo effetto lo dicono i numeri. Nelle primarie milanesi gli stranieri sono mediamente il 24%, ma in 30 scuole su 143 superano il 50% e in altrettante sono del tutto assenti. Se gli studenti frequentassero semplicemente la scuola del proprio territorio, “meno di 10 istituti resterebbero sopra quella soglia”, dice Ranci. Significa che la distribuzione delle famiglie straniere sul territorio, l’altro fattore determinante, spiega solo una parte del fenomeno. Ad aumentare la concentrazione in alcune scuole è soprattutto la mobilità degli studenti italiani, che agisce da moltiplicatore.

C’è poi il tema della scelta: il 46% di chi si sposta sceglie istituti privati, il 54% altre scuole pubbliche. A Milano, spiega Ranci, “le paritarie hanno una composizione che è pressoché totalmente italiana” e in alcune zone centrali la quota di bambini iscritti alle private arriva al 50%. Il risultato è che “tutti quei bambini italiani non contribuiscono a una composizione più equilibrata delle scuole pubbliche”. Col rischio, aggiunge, “di formare le future élite in un contesto molto diverso da quello in cui vivranno”. E suggerisce di coinvolgere le paritarie in un piano che consenta l’accesso anche a una quota di studenti stranieri.

Ma non c’è solo Milano. Il “white flight” riguarda soprattutto le grandi città del Nord, ma le ricerche riscontrano meccanismi analoghi a Bologna, Reggio Emilia e Prato. Anche qui la metà degli studenti delle medie non frequenta la scuola del proprio bacino; la segregazione scolastica è maggiore di quella residenziale; la mobilità è più diffusa tra le famiglie italiane e quelle con genitori più istruiti.

È questa la segregazione che il tetto annunciato da Meloni dovrebbe contrastare. Tra l’altro, un limite già esiste: la circolare del 2010 dell’allora ministra Mariastella Gelmini stabilì che gli alunni senza cittadinanza italiana non dovessero superare “di norma” il 30% di ogni classe. Ranci non è affatto contrario al principio: “Anzi, lo trovo sacrosanto”. Il problema è come raggiungerlo, sgombrando il campo da soluzioni tanto facili quanto discriminatorie. “Mettere gli stranieri sui bus e mandarli da qualche altra parte?” Ranci liquida la questione con una battuta: “Stando alle dinamiche riscontrate, sul bus dovremmo metterci gli italiani e riportarli nei quartieri da cui vengono”.

Perché il punto non è raggiungere una percentuale in sé, ma ciò che una distribuzione più equilibrata dovrebbe garantire, a tutti. Ben oltre la questione della conoscenza della lingua italiana, c’è la funzione di integrazione affidata alla scuola pubblica. Lo ha ricordato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La scuola è integrazione. Abitua alla convivenza, al confronto, al rispetto”. Parlando degli studenti di origine straniera, nel 2022 aggiungeva che dall’insegnamento e dall’accoglienza ricevuti a scuola dipende “largamente la qualità della loro integrazione nel nostro tessuto sociale”.

La segregazione, infatti, non si limita a fotografare le disuguaglianze: può contribuire a riprodurle. Un nuovo studio del Laboratorio del Politecnico su oltre 10mila studenti delle scuole medie milanesi mostra che costruire elementari e medie segregate finisce per produrre effetti “nell’accesso di questi studenti alle scuole superiori e quindi alla fin fine nel mercato del lavoro”. A parità di condizioni individuali, chi frequenta scuole a maggiore concentrazione di svantaggio ha meno probabilità di scegliere il liceo e maggiori probabilità di orientarsi verso istituti tecnici o professionali.

Come si riduce allora la concentrazione? Per Ranci la soluzione ideale sarebbe “cercare di fare in modo che i bambini vadano nella scuola più vicina a casa, rendendo più attrattivi gli istituti oggi evitati”. Ma serve “stabilire dei principi di cooperazione tra scuole e non di competizione”, con una regia territoriale che distribuisca in modo più equilibrato le situazioni difficili. A Milano qualcosa è stato sperimentato per gli studenti che arrivano durante l’anno, attraverso accordi tra istituti dello stesso territorio. Un modello che per Ranci può essere esteso perché “il problema non nasce nelle scuole, ma nella società e quindi non possiamo pretendere che una scuola da sola sia in grado di rispondere”.

Insomma, più delle parole, servono risorse. Ma prima ancora serve comprendere le cause che producono la segregazione scolastica. Il rischio è concentrarsi sull’effetto – troppi stranieri in alcune scuole – senza interrogarsi sui fattori che lo determinano: le scelte delle famiglie e la segregazione residenziale. Altrimenti fissare un tetto finirà per lasciare irrisolta per l’ennesima volta la questione di come rispettarlo.

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