“Mettendo insieme le aspettative e il fatto che l’Italia ha bisogno di un governo che produca riforme istituzionali e strutturali, abbiamo deciso, non senza interno travaglio, per il voto di fiducia” al governo Letta. Lo ha affermato Silvio Berlusconi nel suo intervento al Senato nel dibattito seguito alle comunicazioni del presidente del Consiglio. Un intervento annunciato e smentito più volte nel mezzo di una mattinata che comunque ha ufficializzato la spaccatura, se non la fine, del Pdl. 

VOLTAFACCIA AL SENATO. Silvio Berlusconi ha vissuto una mattinata totalmente confusionale, attraversata da indiscrezioni in continua contraddizione fra loro sul suo atteggiamento nei confronti della fiducia a Letta. Poco dopo le nove esce l’anticipazione di un’intervista a Panorama in cui il Cavaliere definisce “indecorosa e avvilente” una possibile alleanza tra Pd e “transfughi del Pdl“. Ma intanto i transfughi econo allo scoperto, con Roberto Formigoni che dà per certa la nascita di un gruppo alternativo dei ‘Popolari’ con circa 35 senatori: 25 dal Pdl e i 10 di Gal. Non sono neanche le dieci e Berlusconi fa sapere che “ascolterà Letta“, poi deciderà. Letta fa il suo intervento senza particolari sorprese.

Verso mezzogiorno il gruppo Pdl vota al suo interno per alzata di mano: “L’unanimità di presenti alla riunione del Pdl si è espressa contro la fiducia”, gongola Renato Brunetta davanti alle telecamere. Ma Letta ormai sa di poter contare sulla maggioranza garantita dai transfughi. La fiducia è garantita anche se Berlusconi e i suoi passassero all’opposizione. 

A questo punto Berlusconi dà il via a un nuovo balletto. Interverrà personalmente al Senato. Anzi no, parlerà Schifani. Anzi no, ecco Berlusconi che prende la parola. Ed è di nuovo voltafaccia: “Sì alla fiducia”. 

IN TRINCEA RESTA BONDI. Tutto chiaro, finalmente? Niente affatto. Perché nel frattempo Sandro Bondi, coordinatore del Pdl-Forza Italia, ha già parlato al Senato con toni lividi: ”Voi fallirete, darete vita a un governicchio che ha ottenuto solo lo scopo di spaccare il Pdl”, è il suo anatema. Dopo la dichiarazione di fiducia di Berlusconi, tocca al capogruppo Pd Luigi Zanda, che invece di incassarne il sostegno attacca all’arma bianca l’alleato ritrovato. Il “voto improvviso” per la fiducia al governo Letta da parte di Silvio Berlusconi fa parte di “operazioni tattiche e furbette” che mirano solo a “nascondere una sconfitta politica chiara e netta davanti agli italiani”. Quanto a Bondi, Zanda gli dà del “cortigiano“. Un paio di senatori Pdl, tra cui un big come Nitto Palma, si dichiarano offesi: da loro nessuna fiducia. Commento finale di Berlusconi all’uscita da Palazzo Madama: “Non c’è stata nessuna marcia indietro”.

Ma fossero soltanto i voltafaccia di oggi. La farsa berlusconiana ha inzio una settimana fa, il 25 settembre. Una settimana prima la giunta per le elezioni del Senato ha bocciato la relazione di Andrea Augello, contraria alla decadenza di Berlusconi da senatore per effetto della legge Severino, in seguito alla condanna definitiva per frode fiscale. E Letta si appresta a “blindare” la maggioranza con un nuovo documento programmatico che non contempla alcuna scialuppa di slavataggio per il leader in disgrazia. Al cospetto di Berlusconi medesimo, l’assemblea dei gruppi parlamentari decide “per acclamazione” le dimissioni di tutti i deputati e i senatori nel caso la decadenza venga approvata in aula. Il 27 settembre si consuma la rottura in Consiglio dei ministri. Letta chiede un “chiarimento” perché, sostiene, non vuole impegnarsi in provvedimenti da miliardi di euro – primo fra tutti il rinvio dell’aumento di un punto dell’Iva – con la minaccia di una maggioranza pronta a volatilizzarsi.  Sul tavolo il Pdl pone per l’ennesima volta la “questione giustizia”. 

CI ERAVAMO TANTO DIMESSI. Il 28 Berlusconi cerca di giocare d’anticipo e con un comunicato apre di fatto la crisi, invitando i cinque ministri Pdl – con in testa il vicepremier Alfano – a “valutare l’opportunità” di dimettersi, prendendo spunto dal mancato rinvio dell’Iva. Tutti obbediscono, anche se – si scoprirà nei giorni successivi – la loro “valutazione” interiore è esattamente opposta. “Non ci sono le condizioni per resatare”, dicono i cinque all’unisono in una nota congiunta (gli altri quattro sono Lupi, Quagliariello, De Girolamo e Lorenzin). Fine della storia, in apparenza. Il primo ottobre – e siamo a ieri – le indiscrezioni confermano in modo univoco la granitica convinzione del Cavaliere: sfiducia a Letta, nessun margine di trattativa.

Ma questa volta non è così semplice. Oltre alla fibrillazione provocata in varie istituzioni, dal Quirinale all’Ocse, Berlusconi si trova a fronteggiare a una fronda interna senza precedenti. E, soprattutto, ormai prontissima a uscire allo scoperto e a mollarlo al suo destino. A guidarla idealmente lo stesso Alfano, protagonista di drammatici faccia a faccia notturni con il leader un tempo indiscusso. Ma dentro ci sono l’ex fedelissimo Cicchitto, l’amico-nemico Formigoni, una pattuglia di siciliani, i ministri quasi in blocco… La delegittimazione dell’ex delfino (pur senza “quid”) scatta immediatamente: “Con Alfano segretario siamo scesi al 12%”, avrebbe detto Berlusconi di fronte aui suoi parlamentari. 

COMICA FINALE. Così oggi, in Senato, al momento della verità, la granitica certezza si è sgretola di minuto in minuto. Il gruppo dei transfughi, annuncia Formigoni, è pronto a dare a Letta il suo determinante sostegno. Il premier e il Pd fanno capire di non vedere l’ora di sbarazzarsi dell’alleato impresentabile imposto dagli eventi. Per di più l’andamento di Mediaset in Borsa sembra giovarsi della “stabilità” garantita da Letta. E alla fine, “non senza interno travaglio”, Berlusconi smentisce se stesso e annuncia il voto favorevole del gruppo Pdl. Fino alla prossima puntata. Le chiamavano larghe intese.