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Vino, lo studio francese: “Pesticidi anche nelle bottiglie biologiche”

Un laboratorio ha analizzato 92 diversi vini d'oltralpe trovando presenza di pesticidi multipli, taluni perfino proibiti in Francia, in ogni bottiglia: anche in quelle provenienti da agricoltura biologica dove non sono consentiti

Gorgona Vigneto Frescobaldi

Tempo di vendemmia. Un tempo in cui si potrebbe azzardare qualche osservazione sulla qualità delle uve raccolte, dei mosti e dei vini. Ma è troppo tardi: sui giornali e sulle riviste nazionali e internazionali sono già piovute, nelle ultime settimane, le ottimistiche previsioni annuali. Sicché, in questi giorni più consoni a delle osservazioni analitiche su un’annata che si presenta per niente favorevole, spunta invece la denuncia di una associazione francese di consumatori, la UFC-Que Choisir.

L’organizzazione ha fatto analizzare in laboratorio 92 bottiglie di vino d’oltralpe, dai 2 ai 15 euro, concentrandosi sui residui da fitosanitari potenzialmente tossici, comunemente detti pesticidi. In ogni vino analizzato, sia che fosse proveniente da agricoltura convenzionale o biologica sono stati trovati residui di pesticidi: taluni proibiti dalla legislazione francese. Non di rado nello stesso vino si è rilevata la presenza di 9-10 molecole diverse di pesticidi, fino ai 14 tipi di una bottiglia di Bordeaux del 2010 da 10,44 euro. Comunque nei vini bio si sono trovate molte meno molecole potenzialmente tossiche.

E, per quanto ogni residuo rilevato sia sotto il limite massimo consentito (LMR) ammesso dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), è ancora in fase di definizione una metodologia di controllo europeo per il cosiddetto “effetto cumulativo” dei pesticidi e dunque una plausibile valutazione del rischio per l’organismo umano. L’EFSA ha di recente schematizzato tre modalità di interazione dei pesticidi: la somma degli agenti tossicologici; la somma della risposta tossicologica degli organi umani (ad esempio il fegato o i reni); una interazione fra residui di pesticidi, che agisce per vie tossicologiche diverse e inattese.

Sulle prime due modalità è stata fondata una possibile valutazione cumulativa del rischio, dato che l’EFSA considera probabile un effetto sommatorio sugli organi bersaglio, escludendo l’interazione fra residui di pesticidi, almeno ai livelli che sono stati rilevati in Europa, e che sono stimati bassi. Dunque l’EFSA sta procedendo a identificare i fitosanitari raggruppandoli in base agli effetti fisiologici che inducono nel corpo umano, per arrivare una valutazione del rischio cumulativo dei pesticidi.

Peraltro il limite massimo consentito di residui da pesticidi, nelle viticoltura, è controllato soltanto sulle uve e non direttamente sui vini, come è stato fatto con i test del laboratorio francese. Del resto la quantità totale dei residui di fitosanitari è a dei livelli che non sono ad esempio ammessi nell’acqua del rubinetto. Sicché, come avevamo già scritto, “I vini convenzionali contengono  residui di pesticidi più alti di quelli ad esempio contenuti nell’acqua potabile”. Ai vigneti, pur rappresentando solo il 7% delle colture in Europa, è riservato quasi il 70% dei fitosanitari.

La Francia registra il primato europeo nell’utilizzo dei pesticidi, 62.700 tonnellate nel 2011: alla superficie viticola, ovvero il 3,7% della superficie agricola francese, è destinato usato il 20% dei pesticidi d’oltralpe. Pertanto in Francia sono stati per legge riconosciuti il Parkinson e l’Alzheimer come malattie professionali dei viticoltori: che ne hanno abusato per decenni, non solo sulle loro piante. É stato quindi ufficializzato il legame fra pesticidi e malattie neurodegenerative, uno dei pochissimi che lega patologie a prodotti fitosanitari.

Oltre ad essere neurotossici, i pesticidi sono cancerogeni e sono stati messi in relazione con una serie innumerevole di patologie. L’Italia nel 2012 aveva avuto il primato mondiale della sicurezza alimentare col minor numero di residui di pesticidi oltre il limite, che è stato cinque volte inferiore a quello della media europea a 26 volte inferiore a quello dei Paesi extracomunitari. Saremo al sicuro?


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