Accordo raggiunto tra Telefonica e Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo per salire dal 46 al 65% di Telco che controlla il 22,4% di Telecom. Un’operazione che prevede un’ opzione per gli spagnoli a salire a breve termine fino al 70% e sposta di 6 mesi la finestra per dare le disdette al patto Telco. Il prezzo pattuito, secondo quanto si apprende è di, 1 euro per azione. I tre soci italiani che posseggono il 12% di Telecom attraverso la controllante Telco, che ha complessivamente in pancia il 22,45% delle azioni della società di tlc, hanno passato la giornata a muoversi e a riunirsi aggregando anche Marco Fossati, alleato prezioso con il suo 5% fuori di patti.

In giornata si è tornati a parlare anche dello scorporo della rete che, se non viene proposto da Telecom “con iniziativa volontaria, forse dovremmo avviare i dovuti approfondimenti per accertare la sussistenza delle condizioni per imporlo come rimedio a garanzia della parità di accesso“. Lo ha detto il commissario dell’Agcom, Antonio Preto, intervenendo a un convegno. Nel sottolineare che “la rete è strategica per l’Italia e la sua competitività”, Preto ha rilevato come “scorporo ed equivalenza degli input sono un progetto volontario di Telecom Italia, un progetto unico in Europa e forse unico al mondo in questi termini. La realizzazione della parità di accesso passa – ha spiegato – attraverso l’equivalenza degli input, che rende ancora più effettiva la concorrenza del mercato mentre lo scorporo ne aumenta la trasparenza”.

“Aspettiamo che Telecom faccia le sue valutazioni, noi faremo le nostre in relazione alle procedure che abbiamo in corso, all’analisi dei mercati 2014-2016. Siamo ben disponibili a ricevere con grande interesse la documentazione”, ha aggiunto e alla domanda se veda dei rallentamenti nel processo di scorporo della rete e quindi se l’obiettivo di realizzarlo entro fine anno sia ormai irraggiungibile, Preto ha risposto: “Vediamo, sui tempi è prematuro dare delle risposte. Attendiamo le comunicazioni di Telecom. Siamo impegnati a chiudere questa procedura il prima possibile“. A stretto giro, quindi, il commissario dell’Agcom ha fatto sapere che  “le ipotesi per garantire la parità di accesso alla rete attraverso nuove regole, pur previste dalla recente raccomandazione della Commissione europea, sono allo stato puramente teoriche e non sono state oggetto di alcuna discussione in seno al Consiglio dell’Autorità”.

Teoria o prassi che sia, l’ipotesi di Preto non trova l’accordo dell’ex numero uno dell’Antitrust, Antonio Catricalà, oggi viceministro allo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni. Per lui lo scorporo della rete di Telecom Italia potrà avvenire solo su base volontaria. “E’ difficile imporre lo scorporo – ha detto – il processo naturale è quello volontario. L’imposizione di una misura così radicale è troppo impervia per essere perseguibile”. Quindi il rilancio: “Speriamo che la Cassa Depositi e Prestiti sia ancora protagonista dell’acquisto della rete”, ha detto. “Di Cdp  si è parlato nel senso che faccia parte di una società che rileva la rete, ma non credo che sia interessata al servizio”, ha aggiunto ricordando che la società che gestisce i risparmi postali degli italiani “ha propri vincoli e limiti: alla Cassa non si possono chiedere interventi di salvataggio e nessuno li chiede. Comprare la rete è profittevole come lo è per le altre reti, come per esempio Terna e Snam Rete Gas. Sono asset che non dico che siano slot machine ma che se gestiti con intelligenza producono ulteriori investimenti che il Governo si augura”.

“Per procedere a uno scorporo non volontario, cosa che non è prevista da alcuna indicazione normativa a livello europeo, credo che servano motivi di una gravità eccezionale che non esistono assolutamente – è stata invece la replica del presidente di Telecom, Franco Bernabè -. La dichiarazione fatta da Preto non può rispecchiare nè un orientamento della commissaria nè dell’AgCom”. Non entra invece neanche nel merito della normativa l’ad del gruppo, Marco Patuano.  “Telecom Italia vuole passare volontariamente a un modello di Equivalence of input (parità assoluta d’accesso, ndr), non è necessario imporcelo, vogliamo farlo”, ha replicato aggiungendo che servono “norme pro-competitive e pro-investimenti”. “Abbiamo sempre detto – ha proseguito – che siamo intenzionati volontariamente a procedere su l’Equivalence of input: lo scorporo è un fattore tecnico mentre l’Equivalence of input è un fattore giuridico e operativo. Sul fatto che la formula più adeguata sia lo scorporo o la societarizzazione”, ha detto ancora Patuano “dipende anche dalla tipologia del dividendo regolatorio, perché norme pro-investimento permettono di avere un’idea del ritorno sul capitale investito”.

Il tema, del resto, è particolarmente caldo in queste settimane in cui si discute febbrilmente di un aumento di capitale miliardario per il gruppo di telecomunicazioni schiacciato da una quarantina di miliardi di debiti e in procinto di una nuova rivoluzione nell’azionariato con le banche, a partire da Mediobanca, pronte a uscire dalla holding Telco che ha in mano il 22,4% circa del capitale di Telecom. Talmente caldo che le riunioni tra i vertici delle banche azioniste si stanno succedendo l’un l’altra negli ultimi giorni. Quanto all’eventuale intervento della Cassa Depositi e Prestiti nel capitale del gruppo oltre che nella rete, i vertici della società pubblica non si pronunciano. “Le dichiarazioni in sede parlamentare di Gamberale, amministratore delegato di F2I (fondo partecipato dalla Cassa, ndr), erano impegnative per quel che riguarda F2I – ha detto il presidente della Cdp, Franco Bassanini – Non aveva nessun titolo, ha parlato a titolo di cittadino Vito Gamberale, quando ha ipotizzato una possibilità da parte di Cassa depositi e prestiti di investire in Telecom Italia. È una questione sulla quale noi non ci siamo mai pronunciati. Invito a considerare un silenzio come un silenzio, non può avere altra interpretazione che questa”. 

La questione della rete Telecom, poi, crea sempre più scompiglio anche a livello comunitario, con l’Antitrust Ue che nel corso dell’estate aveva bocciato l’iniziativa dell’Agcom proprio sulle tariffe di accesso. Posizione, quest’ultima, che è stata a sua volta bocciata dal Berec, l’organismo europeo che raggruppa le Authority nazionali per le telecomunicazioni, che ha contestato il parere della Commissione sulle decisioni dell’authority italiana. In un parere in merito al procedimento aperto dalla Commissione Ue lo scorso agosto su alcuni aspetti tecnici e le condizioni economiche per il 2013 dei servizi di accesso disaggregato all’ingrosso alle reti e sottoreti in rame ed ai servizi di co-locazione, nonchè dei servizi bitstream su rete in rame, il Berec “giunge alla conclusione che i seri dubbi della Commissione non siano giustificati e che l’Autorità abbia fornito argomenti sufficienti a sostegno della propria scelta, sia in merito ai tempi sia in ordine alla metodologia per l’aggiornamento dei prezzi regolamentati sui mercati 4 e 5”, si legge sul sito dell’organismo europeo.

Lo scorso luglio il Consiglio dell’Agcom aveva approvato la diminuzione dei prezzi di accesso alla rete di rame Telecom portando il canone Ull dagli attuali 9,28 euro a 8,68 euro al mese. Bruxelles aveva però formulato dei rilevi contro la misura e chiesto il parere del Berec. Il parere negativo dell’organismo contro l’apertura della fase 2 da parte della Commissione Europea si articola punto per punto. “Agcom ha sufficientemente motivato la sua decisione in merito al costo medio ponderato del capitale per il 2013; la decisione dell’Agcom di applicare un 3% di mark-up è stata sufficientemente giustificata e non si discosta dalla metodologia utilizzata dal 2003; il rapporto tra il canone mensile ULL e SLU, utilizzato dal 2009, è sufficientemente giustificato”, si legge nella lettera del Berec. L’organismo europeo “non condivide l’opinione della Commissione secondo cui i prezzi sono stati fissati arbitrariamente e senza il necessario rigore metodologico. Quindi, il Berec ritiene che i seri dubbi della Commissione non sono giustificati”.