In questi giorni di polemiche sul livello del deficit pubblico italiano e di reprimende da parte di Bruxelles, non può non saltare all’occhio il progressivo affondamento di Parigi che ha annunciato che alla fine del 2013 la quota del deficit pubblico sul Prodotto interno lordo non sarà, come previsto, del 3,7%, già una elevatissimo, ma del 4,1 per cento. E non è scattata alcuna sanzione. Anche perché il Paese, alle prese con la Finanziaria 2014 (sarà ufficializzata nei prossimi giorni) ha margini strettissimi d’intervento, almeno sulle tasse, a livelli storici record e ai massimi dell’Unione.

E’ vero, il confronto tra Italia e Francia presenta innanzitutto due elementi, ricordati frequentemente, che spingono a vedere nella Penisola l’anello debole dell’euro: Parigi, secondo gli ultimi dati Ocse, dovrebbe vedere il ritorno della crescita economica già a fine 2013, con un +0,3% del Pil rispetto all’anno precedente. L’Italia, invece, accuserà una flessione almeno dell’1,8%, ancora peggio del previsto. La migliore performance dei francesi, comunque, non impedisce loro di veder lievitare la disoccupazione a un ritmo simile a quello italiano e con un tasso che segue a breve distanza la Penisola. Secondo elemento: il debito pubblico, quello consolidato. Che per l’Italia, a fine anno, dovrebbe superare il 130 per cento. In Francia, dove la quota cresce più velocemente che da noi, per un deficit annuo più alto, il livello dell’indebitamento rimane comunque più basso. Si dovrebbe restare poco sopra il 95 per cento.

Qui finiscono i due punti a favore di Parigi rispetto a Roma. E iniziano quelli, invece, più preoccupanti per la Francia e all’apparenza sottovalutati da Bruxelles. Da anni, prima con Nicolas Sarkozy che affrontò le emergenze del post crisi del 2008 a suon di inteventi finanziati dai contribuenti e poi con François Hollande, che non ha affrontato le più urgenti riforme di una costosissima amministrazione dello Stato, il deficit corre a livelli superiori a quelli previsti dal patto di stabilità. E Parigi annulla costantemente promesse precedenti di una prossima messa in regola. All’inizio aveva assicurato di poter rientrare nei ranghi del 3% proprio alla fine di quest’anno. Poi si è cominciato a portare l’asticella sempre più in alto, fino all’annuncio dei giorni scorsi: il 4,1% a fine 2013, il 3,6% nel 2014 e il 3% solo nel 2015.

D’altra parte non è che per ridurre questo disavanzo ci siano migliaia di possibilità: o si agisce sui tagli alla spesa pubblica oppure si aumentano le imposte. Sul fronte delle tasse la capacità d’azione è appunto ridottissima, perché la Francia è già uno dei Paesi europei dove se ne pagano di più, oltre i livelli, già difficili da sostenere, dell’Italia. Dal primo gennaio l’Iva aumenterà (il tasso generale dal 19,6 al 20%). Ma a parte questo a fine 2013 la pressione fiscale teorica media dovrebbe attestarsi al 46% (per l’Italia è stimata al 44,4%). Con il ritocco dell’Iva già previsto, l’incremento dei contributi previdenziali (bisogna finanziare l’ennesima riforma delle pensioni: Hollande, appena eletto l’anno scorso, addirittura anticipò l’età pensionabile a 60 anni) e la riduzione delle detrazioni sui figli, nel 2014 si dovrebbe salire a quota 46,15%, a causa di un inasprimento fiscale di tre miliardi, che dovrebbe essere generato dalla Finanziaria 2014. Questa, su 18 miliardi complessivi, ne presenta 15 di tagli alle spese dello Stato, che, comunque, da tanti economisti sono giudicati insufficienti, se si considera che la spesa pubblica rappresenterà il 57,1% del Pil a fine 2013, un record storico (l’Italia, che non ha certo da insegnare nulla in questo campo, si attesterà intorno al 50%).