Anche se la ricorrenza in Italia è poco nota il 21 settembre è la “Giornata internazionale della pace”.

Creata dall’Onu nel 1981 “per dedicare un tempo specifico a concentrare gli sforzi dell’Onu, dei suoi Stati membri e dell’intera umanità a promuovere gli ideali di pace e a dare prova concreta dell’impegno verso la pace in ogni modo possibile”, questa data è stata istituzionalizzata in modo permanente nel 2002 e ha con il tempo assunto il significato di una giornata di tregua mondiale, in cui si depongono le armi seppur temporaneamente.

Pensando ai molti conflitti in corso, uno su tutti preoccupa e assume significato simbolico in questo 21 settembre 2013: la Siria.

Dopo tanto orrore pare finalmente emergere qualche segnale di speranza.

È di ieri la notizia che i due maggiori gruppi ribelli, il Free Syrian Army e l’Isis, hanno accettato una tregua, acconsentendo allo scambio di prigionieri e alla restituzione di proprietà.

Ma la notizia certamente più rilevante è che Assad ha accettato le condizioni poste dall’accordo Russia/Stati Uniti e la Siria ha deciso di aderire alla Convenzione sulle armi chimiche e di darvi immediata applicazione in attesa della sua completa entrata in vigore (il che comporta un lungo processo). Il piede è puntato sull’acceleratore: entro stasera Assad si è impegnato a consegnare la lista completa contenente tutti i dettagli dei suoi armamenti chimici. L’intero arsenale dovrebbe essere eliminato entro la metà del prossimo anno, secondo i termini dell’accordo.

L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), organismo che sorveglia sull’applicazione del trattato, controllerà tutte le delicatissime fasi del processo. La distruzione delle armi chimiche richiede sofisticatissimi accorgimenti tecnici, come è ovvio dati gli enormi rischi: per chi volesse farsi un’idea di come avverranno le operazioni, il processo è ben descritto in questo approfondimento della Bbc.

A un mese esatto dall’attacco di Ghouta – il distretto di Damasco dove centinaia e centinaia di persone sono rimaste vittime delle armi chimiche il 21 agosto scorso – e a pochi giorni dalla consegna del rapporto degli ispettori dell’Onu appare quindi più lontana la minaccia di un intervento militare da parte delle forze americane e più vicina una possibile soluzione negoziata di questo conflitto.

Anche se – a differenza di quanto il messaggio di Obama sembra aver veicolato – le armi chimiche non sono certo il solo crimine commesso durante questa guerra, la decisione (imposta) della Siria di aderire al trattato sulle armi chimiche è di fondamentale importanza perché mette un ulteriore tassello nella disperata lotta di garantire protezione alla popolazione civile nel corso dei conflitti armati e nella, forse utopica, pretesa di “disciplinare” i conflitti in modo “umano” (è interessante che il diritto che regola i conflitti armati si chiami infatti diritto umanitario). In ogni caso, la guerra si fa con le armi e non con i veleni, già dicevano i romani.

Va anche notato che sono ormai pochissimi gli Stati che non hanno aderito alla Convenzione sulle armi chimiche: tolta la Siria nella breve lista rimangono solo Angola, Burma, Corea del Nord, Egitto e Israele.

Se è fondamentale portare avanti il piano di disarmo negoziato dalla Russia, dall’altro mi pare altrettanto fondamentale portare davanti alla giustizia i responsabili dei crimini commessi in Siria. Le misure in tal senso potrebbero essere già prese ora. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in preparazione per rinforzare il lavoro dell’OPCW e la decisione di procedere alla distruzione veloce dell’arsenale chimico siriano, dovrebbe contenere anche la richiesta di apertura di una indagine da parte della Corte penale internazionale (il che con ogni probabilità non avverrà per via di ben noti veti incrociati).

Gli ispettori dell’Onu che hanno recentemente confermato l’uso del gas nervino in Siria, non avevano il mandato di individuare i responsabili di tali attacchi. Senza voler tacere taluni dubbi e critiche di parzialità rivolte al lavoro della commissione incaricata dall’Onu, è interessante notare che il  Sellstrom Report ha rivelato dettagli chiave degli attacchi del 21 agosto scorso, tra cui la traiettoria dei missili. Questi dati hanno permesso all’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (HRW), di risalire precisamente al punto da cui i razzi carichi di gas sono partiti: la base militare della Guardia repubblicana brigata n. 104 a Damasco. In altre parole, secondo le conclusioni di HRW la responsabilità è da attribuire al governo siriano. HRW non ha  ovviamente alcuna autorità per stabilire delle responsabilità in modo definitivo, può solo raccogliere indizi e suggerire conclusioni.

Per questo motivo una indagine della Corte penale internazionale, supportata dall’Onu, sarebbe essenziale: per dare nelle mani di un giudice imparziale il potere di scavare a 360°, individuando ed accertando le responsabilità di tutte le parti e non solo limitatamente ai più recenti, certamente terribili ma non unici, attacchi coi gas.