“Così io e la mia compagna non vedente abbiamo portato il baseball per ciechi negli Usa. Gli ostacoli nella vita? Pietismo e sensazionalismo da eliminare”
Ama viaggiare, conoscere culture diverse, ha conseguito il diploma alla scuola interpreti e traduttori, laureato allo Iulm di Milano e ha lavorato presso una grande azienda informatica. È stato anche campione italiano sia di baseball per ciechi che di blind tennis. E ha fondato la prima squadra di baseball costituita da giocatori non vedenti e ipovedenti su suolo americano. Tra le tante attività che svolge, fa anche lo speaker per le partite di baseball non vedenti al centro sportivo Kennedy di Milano. Si tratta di Matteo Briglia, nato a Milano nel ’68, cieco dalla nascita in seguito a fibroplasia retrolentale, in quanto prematuro e investito da troppa luce e troppo ossigeno in incubatrice con conseguente distacco di retina. Ilfattoquotidiano.it lo ha intervistato.
Briglia cosa le piace fare nella vita?
Sono da sempre appassionato di viaggi in Italia e nel mondo, mi incuriosisce molto approcciare a costumi e società multietniche, passione coltivata parallelamente soprattutto con quella per lo sport che osservo e pratico in tante differenti sfaccettature, vivendo componenti psicologiche, emotive, prestazionali.
Apprezza il baseball e il tennis, ha raggiunto da giocatore il massimo risultato possibile in Italia. Ci racconta questa sua passione sportiva?
Intorno al 1991, ho scoperto il baseball MLB. Stessa trafila, identica passione come per la NBA, viva più che mai ancora oggi. Intorno al 2009 la svolta, sono passato dal divano al diamante. Tramite un carissimo amico che oggi non c’è più, Claudio Levantini, ho conosciuto il baseball giocato da ciechi in Italia, BXC. Ho avuto la fortuna e l’onore di giocare per 11 anni circa con i Lampi Milano. Togliendomi più di una soddisfazione individuale e di squadra.
Risultati?
Con i Lampi Milano doppietta, scudetto 2013 e 2014. L’interesse e la grande passione per il baseball ciechi, a tutti gli effetti adattato, comunque molto simile per dinamiche a quello degli amici normodotati ha portato il sottoscritto e la mia compagna, Ada Nardin (anche lei non vedente, ndr), alla diffusione e promozione della disciplina nella terra dei grandi maestri americani.
È stato un pioniere a esportare il BXC negli Usa, come ha fatto?
Forse sono stati i viaggi più importanti che abbia mai fatto, per sei mesi consecutivi con Ada abbiamo vissuto negli States. Dal 2015 al 2019, per diversi periodi, siamo stati a New York, ad Harlem, e non senza criticità notevoli di adattamento e con episodi che hanno sfiorato la xenofobia. Per fortuna in particolare la comunità ispanica e afroamericana ci ha accolto bene in simbiosi e sintonia. Negli Usa abbiamo visto tanta meritocrazia, tecnologie che facilitano molto l’inclusione ma anche tanto disagio sociale, esclusione nei servizi di welfare. Volevo portare nella terra degli inventori del baseball per normodotati la nostra disciplina creata nel 1994 in Italia e siamo finalmente riusciti a far sbocciare la prima squadra di baseball costituita da giocatori non vedenti e ipovedenti su suolo americano. I New York Rockers.
In Usa non c’era?
Li, prima del nostro arrivo, praticavano il beep ball, una forma non riconosciuta a livello paralimpico perché troppo assistiva che non rispetta i requisiti richiesti dalle federazioni internazionali e le dinamiche fondamentali di questa disciplina che sono la battuta, la corsa, il lancio e la presa non vengono soddisfatti pienamente.
Grandi soddisfazioni arrivano anche dal tennis.
Nel 2018 ho iniziato a giocare a Blind Tennis, il tennis adattato a persone con disabilità visiva, inventato in Giappone nell’immediato dopoguerra, approdato in Europa, Sudamerica e Usa, una decina d’anni fa. Disciplina molto divertente, formativa sotto il profilo dell’autonomia personale dell’orientamento, per nulla facile, che tuttavia mi ha regalato l’emozione di laurearmi campione italiano Fispic nel settembre 2023. Anche il Tennis mi regala l’opportunità di viaggiare e partecipare a tornei internazionali, stringendo ottimi rapporti umani.
Ha vissuto gravi difficoltà viaggiando molto?
Questa passione deriva dai miei genitori. Stupendo il viaggio in Perù nel 2011, zaino in spalla, organizzato con amici peruviani. Anche quelli in Messico e Brasile mi hanno lasciato dei bellissimi ricordi oltre ai tanti in giro per l’Europa. Ho vissuto solo qualche episodio negativo di mancata accessibilità, nel complesso ho beneficato quasi sempre di un’assistenza adeguata in aereo.
Tutto bene a livello barriere?
Assolutamente no, in tante città visitate come persona cieca ho dovuto superare ostacoli, criticità e assenza soprattutto di empatia, cultura e sensibilità. Vorrei sottolineare più gli ostacoli culturali incontrati che le barriere architettoniche.
Cosa le ha fatto più male?
A volte mi trattavano come un pacco postale oppure come un supereroe che viaggia da solo. Pietismo e sensazionalismo sono da eliminare. Invece sono una persona non vedente a cui piace fare il turista e conoscere realtà differenti. Scoprire il mondo, soprattutto ascoltando voci e rumori e annusando profumi e odori.
In Italia l’inclusione lavorativa è una chimera per le persone con disabilità. Qual è stata la sua esperienza?
Sorprendente e inattesa perchè avevo una formazione come interprete e traduttore. Ho frequentato un corso di analisti e programmatori patrocinato dall’Ue a Bologna. Rientrato a Milano pensavo di fare qualcosa come traduttore e invece ho iniziato a lavorare in una società informatica, bella esperienza che mi ha dato tanto. L’azienda aveva una grande attenzione ai valori umani, si lavorava in gruppo e a progetti condivisi. La mia gavetta l’ho fatta direttamente sul campo.
Come sono stati gli ultimi anni di lavoro?
Purtroppo non eccellenti come all’inizio dato che gli ausili informatici per noi non vedenti spesso non erano al passo con le nuove e moderne architetture aziendali nei sistemi software. C’era una estrema difficoltà nel rilasciare versioni dei loro applicativi che nei fatti mi permettessero una piena autonomia. Ora sono un “pensionato di lusso”, mi piace definirmi così, non mi posso lamentare rispetto a tantissime altre situazioni.
Quali sono gli ostacoli maggiori per chi ha disabilità in Italia?
Oltre a fondi dedicati e servizi, quello che manca è una visione culturale, un discorso ampio di formazione nel rispetto delle pari opportunità garantendo a tutti una vita dignitosa. Purtroppo in Italia siamo molto indietro sulla cultura di massa in ambito disabilità a tutto tondo, c’è ancora eccessivo pietismo, troppe banalizzazioni, i pregiudizi sono ancora radicati.
La politica come affronta il tema? C’è una adeguata considerazione?
Ricordo benissimo durante la pandemia di Covid che tutti i partiti in Parlamento avevano promesso maggiore cura e attenzione alle persone più fragili, ai non autosufficienti, alle famiglie con disabili a carico. Oggi non c’è quasi nulla di concreto rispetto a quelle parole che sono rimaste tali. Nessun governo di ogni colore ha risolto una volta per tutte i gravi disagi che colpiscono chi vive condizioni di fragilità. Ad esempio io vivo a Milano, barriere e alcuni servizi sono migliorati ma c’è ancora da fare per avere una città a 360° inclusiva per tutti.
E dalla società le persone con disabilità come sono viste?
Sono quasi sempre in giro e non ho vissuto episodi gravi di discriminazione. Fondamentale è il nostro approcciarsi in maniera adeguata in un mondo sempre più complesso. Troppe volte si guarda alle persone disabili solo con tristezza e pressapochismo come se fossimo tutti uguali, con gli stessi bisogni. Siamo in primis noi a dover rivendicare i nostri diritti e sviluppare forme di comunicazione corrette. La sfida passa in gran parte dalle nostre scelte di vita. Dare più voce in capitolo alle persone disabili sulle cose che ci riguardano è già un primo passo fondamentale.