Il 5,6% di quanto incassato da Impregilo nel 2012 come indennizzo (355 milioni) dalla Regione Campania per il termovalorizzatore di Acerra. Una ventina di milioni. Tanto Pietro Salini, nel giorno in cui festeggia il via libera alla fusione fra la Salini spa e Impregilo, immagina di destinare a Pompei in un atto di mecenatismo per il rilancio dell’immagine internazionale del nostro Paese che “può avvenire attraverso il suo patrimonio storico e culturale e che spesso versa in condizioni di abbandono e mancanza di fondi”.

Un piccolo obolo, insomma, versato in nome anche della propria immagine dopo che il governo dell’ex premier Mario Monti, di cui poi Salini è diventato finanziatore nell’avventura montiana di Scelta Civica, obbligò la Regione Campania, con decreto finalizzato ad evitare un danno erariale, all’uso dei fondi fas regionali per pagare Impregilo già destinati ai mutui contratti dalle amministrazioni e alle opere di depurazione e bonifiche. Denari che hanno permesso a Impregilo di migliorare notevolmente la sua posizione finanziaria netta (positiva per 567 milioni) al dicembre scorso, come si legge nella nota ufficiale della società sui conti 2012, resi noti un mese prima del lancio dell’Opa di Salini sulla società di costruzioni. E che l’hanno quindi resa ancora più interessante per il potenziale acquirente, oggi nuovo proprietario di Impregilo, che per l’acquisizione aveva ricevuto da Banca Imi (Intesa Sanpaolo) e Natixis un finanziamento da 1,4 miliardi.

Senza contare il fatto che le nozze, della cui ipotesi il Sole 24 Ore riferiva già il 17 dicembre 2011, hanno creato un nuovo campione nazionale e internazionale nel segmento della realizzazione opere pubbliche (contractor) che punta ad incassare nel 2014 altri 96 milioni di penali per la mancata realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina che il gruppo presieduto da Claudio Costamagna, ex banchiere di Goldman Sachs, avrebbe dovuto costruire come capofila del consorzio Eurolink.

Inoltre il gruppo, come ha spiegato Pietro Salini, amministratore delegato dell’omonima azienda di famiglia, effettuerà dismissioni per 150 milioni “per concentrarsi sul genio civile”. Sempre meno in Italia però dove la società realizza oggi il 18% contro l’82% dei mercati esteri. Una quota, quella domestica, che   nei progetti del gruppo è destinata a scendere fino al 10% grazie all’acquisizione di nuove commesse all’estero come quella per la realizzazione dell’autostrada costiera libica per la fine dell’anno. Un’opera che la Libia finanzia con fondi italiani: sulla base del trattato di Bengasi firmato dall’ex dittatore Gheddafi e dall’allora premier Silvio Berlusconi, vanno infatti alla ricostruzione della strada ben 3,5 dei 5 miliardi che il nostro Paese si è impegnato a pagare alla Libia come compensazione per le vicende coloniali.

“E’ l’inizio di una nuova storia e la fine di una vecchia”, ha raccontato Salini, nel giorno dell’assemblea che ha approvato la fusione, ricordando come le nozze portano alla nascita di un gruppo, Salini-Impregilo, con 4,1 miliardi di fatturato e 32mila dipendenti e creeranno domani, come nei piani triennali del management, un gigante con un giro d’affari da 7,4 miliardi con 50mila addetti. O forse per Salini un ritorno alla storia di famiglia e, quindi, del padre di Pietro, Simonpietro, noto alle cronache anche per la sua presenza negli elenchi della P2 con tessera 531 e conosciuto a Roma con il nome di Simone l’africano per aver sviluppato notevolmente il business in Paesi come Uganda, Sierra Leone, Etiopia. Storia vecchia che racconta l’inizio dell’internazionalizzazione di Salini grazie a un progetto colossale sponsorizzato da Giulio Andreotti: la costruzione di 250 chilometri di strada, 50 ponti, 200 chilometri di acquedotto e la bonifica di 20mila ettari a Tana Beles, località distante poco più di un migliaio di chilometri di Addis Abeba.