Quello che sta succedendo in questi mesi in Russia è la dimostrazione non solo che la democrazia in quel Paese è ancora lontana, ma anche che la strada verso il riconoscimento dei diritti di tutti è ancora riserva di poche nazioni. In Russia, infatti, è in atto un vero e proprio genocidio sociale della popolazione gay e lesbica.

Leggo al riguardo dell’ennesima proposta discriminatoria e insensata, presentata alla Duma di recente, che toglierebbe ai genitori omosessuali l’affidamento dei loro figli. La legge segue alla ben nota iniziativa incrociata del Parlamento e del Governo che da mesi ha dichiarato fuori legge gay e lesbiche, privandoli dei loro diritti fondamentali, impedendo loro di parlare dell’omosessualità e reprimendo nella violenza ogni manifestazione pubblica del Gay Pride — circostanza, quest’ultima, per la quale la Russia ha già subito una condanna dalla Corte europea dei diritti umani.

La legge contro la “propaganda omosessuale” si atteggia a moderno strumento di ingiusta repressione, spesso mascherato da ragioni morali o discorsi religiosi.

A guardare le foto dell’ultimo Gay Pride russo c’è veramente da preoccuparsi. Giovani ventenni picchiati dalla polizia e da altri manifestanti, con tanto di benedizione del sacerdote ortodosso di turno. Non stupisce, come denuncia questo post, che le aggressioni omofobiche siano in aumento: quando si adottano leggi che colpiscono un segmento della popolazione, attribuendo a una categoria di cittadini uno stigma d’inferiorità, la violenza nei confronti di quest’ultima è una conseguenza ineludibile e un fatto inevitabile. I giovani russi ne stanno facendo le spese.

Che cosa possiamo fare noi contro queste barbarie?

Anzitutto, prendere coscienza del fatto che qualcosa si può fare. Boicottare i prodotti russi, ad esempio, come ha fatto il Cassero di Bologna. Oppure smetterla di ascoltare o suonare le canzoni delle Serebro, un gruppo musicale molto in voga in questi mesi, i cui ultimi successi invero, sia detto apertamente, non meritano l’attenzione che invece hanno. Ben vengano poi le manifestazioni di piazza, soprattutto quelle con ispirazione globale e diffusa, che rappresentano la genuina espressione della società civile impegnata in battaglie di difesa dei diritti di tutti.

Mi chiedo, però, con che coraggio noi italiani affrontiamo il problema. Già, perché se è vero che la Russia odia, discrimina e opprime, in quella che pare a tutti un’involuzione in corso, da noi la condizione di gay e lesbiche di certo non evolve. E non evolve da tempo, da sempre.

Bloccata la legge sull’omofobia grazie alle stesse “grandi intese” che finora non hanno portato che sciagure, accantonato completamente il dibattito sul matrimonio tra persone dello stesso sesso (che fine hanno fatto i disegni di legge sulle unioni civili?), censurato del tutto quello sulle adozioni, figuriamoci la procreazione assistita o la tutela dell’identità di genere, nel nostro Paese si sta consolidando un  immobilismo radicale per cui non si parla di ciò su cui tutti (nessuno escluso) non sono d’accordo. Un immobilismo che riguarda anzitutto le emergenze sociali, tra cui quella della popolazione Lgbt.

Dire che non siamo diversi dai russi sarebbe un insulto ai gay e alle lesbiche russe, che ogni giorno soffrono e subiscono vessazioni, discriminazioni e violenze. Ma pensare che il nostro Paese sia in qualche modo migliore rappresenta un atto di orgoglio che, francamente, non possiamo permetterci.