Nicolini mi disse: apri questo cerchio e fallo diventare una cosa infinita”. Dalla visione di Renato Nicolini, dal suo saggio Una macchina celibe, al cinema: Sacro GRA, il documentario di Gianfranco Rosi in concorso a Venezia 70 e dal 26 settembre in sala.

Protagonista, la geografia umana del Grande Raccordo Anulare di Roma, riscoperta dal paesaggista-urbanista Nicolò Bassetti e riaffidata a Rosi, che a piedi ha percorso i 300 km del GRA in 20 giorni, per poi fissare luoghi, volti e storie per oltre due anni “cercando di innamorarmene”.

Dal botanico che lotta per proteggere le proprie palme dal punteruolo rosso all’anguillaro che non manda giù un articolo esterofilo di Repubblica sui pesci, dal principe che vive in un castello trash a Boccea al paramedico che soccorre in autoambulanza (e commuove con la madre), dall’attore di fotoromanzi che l’avrebbe dato via per un ruolo da protagonista al nobile piemontese caduto in disgrazia, il regista insegue “la poetica, l’auto-rappresentazione di queste persone” e finisce per trovare Eschilo, “l’attore che recita senza sapere di recitare”.

Come il botanico nel tronco delle palme, si cerca di sondare nel corpo del GRA le urla, le orge e il masticare della suburbia antropica, incrociando ironia, ilarità e sentimento, ma insieme rischiando lo stallo tra la forza centripeta della speranza e quella centrifuga del destino: tra queste vite di uomini non illustri, lungo questa calviniane città possibili, dov’è la grande bellezza del documentario?

Un buon film, eccome, Sacro GRA, ma non il capolavoro annunciato che avrebbe dovuto agevolmente domare il Leone d’Oro: Rosi c’è, la concorrenza pure e agguerrita. Accanto alla Philomena di Frears e alla fattoria di Xavier Dolan (ma noi tifiamo il greco, sadico e politico Miss Violence), fa sul serio Tsai Ming-liang: Stray Dogs è film definitivo, soprattutto per lo spettatore.

Sullo schermo 138 agili minuti di cibi scaduti e dormite precarie, in platea teste pensanti e palpebre pesanti, dove guarderà il presidente di giuria Bertolucci? Forse alla Jalousie dell’amico Philippe Garrel, che portando al Lido 2005 il gemello Les amants réguliers disse: The Dreamers? Non posso lottare contro Via col vento”.

 

il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2013