Giugliano, terza città della Campania, capitale dei veleni. La situazione dei quasi 95 km2 di territorio che va da Marano ad Aversa, fino al litorale domizio, può essere descritta utilizzando come chiave di lettura i quattro elementi della natura: il fuoco dei roghi tossici; l’aria infestata dalle diossine; la terra impregnata di rifiuti industriali; l’acqua marcia dei «laghetti» in cui la camorra ha sversato di tutto e dei pozzi agricoli inquinati. Il pm Alessandro Milita nell’ambito delle indagini sulla discarica Resit ebbe a dire, in Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, che l’inquinamento di questa zona può essere paragonato all’Aids, essendo destinato a crescere sia negli effetti che nella dispersione delle sostanze dai siti contaminati a quelli limitrofi.

Chi vive a Mugnano, Sant’Antimo, Qualiano e Parete è condannato a fare i conti con le 341.000 tonnellate di rifiuti pericolosi, di cui 30.600 provenienti dall’Acna di Cengio, sversati nella discarica Resit e ora seppelliti ad una profondità di 12 metri; secondo la perizia del geologo Giovanni Balestri, incaricato dalla Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Napoli, entro il 2064, penetrando attraverso il tufo, i veleni contamineranno la falda acquifera sottostante. Dalla Resit, località Scafarea, è partita la contaminazione che ha già inquinato i pozzi dell’aria agricola circostante.

Dagli anni ‘80 alla metà degli anni ’90 il boss Bidognetti, tramite la società Ecologia 89, ha illegalmente smaltito nel giuglianese 800.000 tonnellate di rifiuti, provenienti da aziende del Nord, come l’Acna di Cengio; sono le 57.000 tonnellate di percolato derivatene a minacciare le falde acquifere.

Al disastro delle mafie, si è aggiunto e mischiato, quello delle gestioni commissariali. Triste fotografia di questo territorio sacrificato, il Sisp (Sito di stoccaggio provvisorio), in contrada Taverna del Re, un impianto di deposito di combustibile da rifiuti (CDR), un’area di circa 130 ettari, il più grande sito di stoccaggio «provvisorio» di rifiuti imballati presenti in Campania; qui sono state accumulate e continuano a giacere da anni sei milioni di tonnellate di ecoballe provenienti dall’attiguo Stir (Stabilimenti di tritovagliatura ed imballaggio rifiuti) che avrebbe dovuto trasformare i rifiuti urbani in combustibile per l’inceneritore di Acerra; la realtà è che le ecoballe prodotte a Giugliano non sono mai state bruciate perché non a norma: per aumentarne il potere calorifero e quindi incassare gli incentivi per l’energia prodotta da rifiuti, dentro c’è finito di tutto.

Il 5 aprile scorso il prefetto di Napoli, Francesco Antonio Musolino, ha ottenuto lo scioglimento del Comune di Giugliano per infiltrazione camorristica, denunciando il gravissimo danno ambientale e l’avvelenamento del territorio con conseguente compromissione della salute e delle condizioni di vita dei cittadini, nonché il mancato rispetto delle ordinanze di chiusura dei pozzi inquinati dalla Resit. Cosa tutto ciò possa significare in termini di sicurezza alimentare e danno per la salute nel secondo mercato ortofrutticolo d’Italia dopo quello di Milano con una produzione agricola per ettaro superiore a qualsiasi altra parte d’Italia è facile immaginarlo.

Giugliano è solo un pezzo del territorio devastato dell’Italia dei veleni, dove più che bonifica viene da pensare sia necessaria una vera e propria ricostruzione. I risultati del rapporto del ministero della salute sui 44 luoghi e siti più inquinati d’Italia tracciano una mappa che unisce il paese nel segno della devastazione ambientale e del sacrificio di intere comunità: oltre 6 milioni di cittadini esposti al rischio di patologie che vanno dall’asma, ai tumori, alle malattie cardiocircolatorie e neurologiche.

La Campania però, non solo ha pagato a caro prezzo l’essere stata sacrificata ad un modello di sviluppo sempre più ridotto a mero sfruttamento economico del territorio e fonte di morte più che di benessere, ma, proprio per questo, assurge a simbolo delle comunità in lotta in difesa dei propri luoghi e della vita stessa, comunità criminalizzate dalle cronache e dallo Stato i cui atti di ribellione, se si tiene in considerazione la situazione sopra descritta, sarebbe facile considerare, invece, legittima difesa. E fa rabbia constatare che sull’avvelenamento di questa terra e sulle cause di mortalità dicano più verità le rivelazioni di chi, come Carmine Schiavone, pentito di camorra, ha avuto un ruolo nel disastro, che le dichiarazioni pubbliche dell’ex ministro della Salute del governo Monti, Balduzzi e di quello attuale, Lorenzin, andati, proprio in quei territori, a raccontare che l’incremento di mortalità è dovuto a «stili di vita errati ed eccesso di fumo»; a meno che non si riferissero al fumo dei roghi tossici, molto più plausibile è che le cause di mortalità siano legate a quanto racconta Schiavone sul ciclo parallelo di smaltimento dei rifiuti che, arricchendo politica e camorra, ha interessato la Campania fino a spingersi oltre i confini regionali, interessando il Lazio.

Nel rapporto del ministero della Salute l’elenco dei Comuni campani è lunghissimo: oltre a Giugliano, nell’aria di Caserta e Napoli, litorale domizio-flegreo e agro aversano, figurano più di 50 comuni. Qui, si legge nel rapporto, «Il Decreto di perimetrazione del Sin elenca la presenza di discariche. Nel Sin sono stati osservati eccessi della mortalità in entrambi i generi per tutti i principali gruppi di cause, con eccessi di mortalità per il tumore polmonare, epatico e gastrico, del rene e della vescica. I risultati hanno, anche, mostrato un trend di rischio in eccesso all’aumentare del valore dell’indicatore di esposizione a rifiuti per la mortalità generale». Non diversa la situazione lungo il litorale vesuviano, sul tratto che va da Castellammare di Stabia a Napoli.

Impossibile continuare a nascondere la connessione tra la malagestione del ciclo dei rifiuti e la devastante situazione sanitaria e se, in fondo, il concetto di rifiuto può essere esteso ad ogni tipo di emissione in aria, acqua e terra derivante da attività umana che abbia la capacità di nuocere alla vita, allora, il dramma non è campano ma riguarda l’intero paese.