Lontano dalla politica, dai ribaltoni, dalle polemiche sulla decadenza di Silvio Berlusconi, c’è ancora la crisi. Dei giovani, ma non solo. Ormai l’insistenza sul dato sulla disoccupazione giovanile, che a luglio è arrivata al 39,5 per cento, suscita una specie di fastidio. Soprattutto perché è noto che quel dato, rilevato dall’Istat, riguarda i ragazzi tra i 15 e i 24 anni anni. “Ma perché continuate a parlare di loro? Il vero disagio comincia dopo, quando ti cresce l’angoscia perché vedi i 30 anni che arrivano o li hai già superati”, scrivono i lettori rispondendo alla richiesta del fattoquotidiano.it di raccontare le storie che si nascondono dietro le statistiche sul lavoro.

Colloqui inutili. Per esempio Giuseppe racconta: “28 anni di Taranto, non trovavo nulla oltre al call center outbound da 450 euro al mese, l’Ilva non assume più. Mi sono trasferito in Emilia Romagna da due mesi, ho fatto dieci colloqui in svariati settori (supermercati, vigilanza, assistenza clienti, Caf, negozi di abbigliamento). Per ogni colloquio si son presentate almeno 20 persone a posto. Sono ancora disoccupato”. Gli risponde subito Jonico: “Anch’io sono tarantino e anch’io vivo in Emilia da quattro anni. Ci sono arrivato con una laurea in giurisprudenza e qualche anno di lavoro negli studi legali come praticante. Ho lasciato perché non ce la facevo più ad essere sfruttato per quattro soldi e perché confrontandomi con colleghi anche abilitati la solfa è sempre quella tranne qualche felice eccezione. Ormai anche chi è abilitato viene pagato una miseria, sempre se lo pagano. L’Emilia Romagna da qualche anno sente la crisi maledettamente e ogni giorno è sempre peggio. Ho fatto un corso professionale sperando di essere assunto da qualche parte. Nulla. Io sto considerando l’estero”.

La depressione. Parte un dibattito, tra Giuseppe e Jonico, su quale sia il Paese migliore per un tarantino che vuole emigrare all’estero. Jonico non ce la fa più: “Sono afflitto da continue emicranie muscolo-tensive. Assumo costantemente antidolorifici, quindi ho le transaminasi alte, nonché, la pressione minima alta. Alterno stati d’ansia, a stati di nervosismo, a stati di depressione. Ci sono delle volte che fatico a respirare”. Perché le sue giornate funzionano così: “Le passo tra leggere un libro, guardare un film, navigare per blog d’informazione, tenere in ordine la casa, cucinare, il tutto condito da un sottofondo di notevole depressione. Non ho alcun rapporto con i miei coetanei che lavorano. Mi sento un difetto sociale”.

Quelli che restano. Chi può cerca la via della fuga all’estero. Poi ci sono quelli che restano, come Valerio Principe: “Ho 30 anni a settembre, vivo da solo, in un appartamento a Roma lasciatomi dalla mia bisnonna e pagato (luce, gas, acqua) da una mamma insegnante elementare. Tutte le nuove generazioni della mia famiglia stanno vivendo sulle spalle delle ricchezze, o per meglio dire degli investimenti immobiliare, che i nostri nonni hanno fatto negli anni del Dopoguerra con tanta fatica, dedizione e sacrificio. Noi siamo tutti laureati, molto più colti, al contrario dei nonni, ma tutti senza un posto in questa società. Siamo diventati parassiti della famiglia”.

Stessa storia per Lallo Lilli: “Ho 28 anni, una laurea in Giurisprudenza e un dottorato di ricerca. Risultato? Mio padre, sant’uomo, continua a passarmi i soldi per mettere la benzina nella mia scassatissima Fiat Punto”. Un lettore milanese che si firma Shadowrunners ha 30 anni e si sfoga così: “Inoccupato. Artista, regista, documentarista. Fare cultura in Italia è impossibile. Non ci sono sostegni, non c’è meritocrazia. Non parlo per me. Magari non sono così bravo, parlo per tanti ragazzi di cui vedo lavori che vengono ignorati. Non parlo perché il nostro primo lungometraggio ha avuto successo in una dozzina di festival internazionali vincendo premi trasversali e nessun riscontro in patria. Fare cultura in Italia è impossibile se non si hanno i 300 euro dei genitori pensionati e un tetto sotto cui stare, è impossibile pensare di creare una famiglia. É un disastro parlare coi coetanei che lavorano in settori diversi, che non capiscono il perché dell’attaccamento a un mondo così. Noi combattiamo coi nostri lavori. Siamo giovani, ci proviamo. Se riusciremo a cambiare qualcosa ben venga. Se non verremo ascoltati ci chiederemo se sia colpa nostra o di un popolo codardo”.

Ritorno dai genitori. Luigi Turbazzi confessa, con nome e cognome, una di quelle storie che di solito restano nell’anonimato. “Classe 1970 quindi non più giovane: in cerca di occupazione da più di un anno con bambina e moglie a carico. Si va avanti con l’aiuto delle associazioni religiose: pasta scatole di fagioli ecc. ecc. Ogni tanto mi pagano le bollette e via con la speranza nel cuore che le cose possano migliorare un giorno”. Anche quella di Stefano Marzeddu, 47 anni, è una storia difficile da raccontare: “Classe 1966, laureato, disoccupato dal 2009, quando la mia azienda è stata venduta e siamo stati tutti licenziati. Avevo un contratto a tempo indeterminato. Anche se il lavoro non mi piaceva e l’azienda era penosa, me lo tenevo stretto. Poi tre anni di mobilità, nei quali ho cercato di investire i soldi per migliorare le mie competenze e andare all’estero. Perché ogni volta che superi le frontiere, ti accorgi che quella è l’Europa vera. Quando torni in Italia sembra di tornare indietro nel tempo. Vivo sulle spalle dei miei genitori, faccio piccoli lavoretti per computer, e se va bene, guadagno 250 euro al mese. In pratica, a 47 anni, vivo con i miei genitori, niente vacanze, niente divertimenti, niente più sogni nel cassetto, niente ambizioni, si vive alla giornata in un paese morto e sepolto, senza prospettive e incivile dalle fondamenta, nel quale servirebbe una rifondazione culturale. Per fortuna che i miei, che hanno vissuto tutta un’altra vita, sono pensionati che stanno bene. Ma io non mi sento più una persona, solo un’appendice dei miei genitori”.

In queste e in decine di altre storie raccolte in poche ore dal fattoquotidiano.it non c’è neppure più l’appello alla politica, l’attesa che qualcuno, da Roma, risolva i problemi. Con una magia berlusconiana o con qualche ammortizzatore sociale più caro alla sinistra. C’è soltanto il desiderio di condividere, di sapere che non si è soli ad affrontare un presente che ha tradito le promesse. Che non è il futuro promesso a chi è nato negli anni Settanta e Ottanta.

di Stefano Feltri e Francesco Ridolfi