“Una sentenza allucinante basata sul nulla, sconnessa dalla realtà dei fatti”. Così Silvio Berlusconi commenta le motivazioni della sentenza di condanna per frode fiscale nel processo sui diritti Mediaset, depositate oggi in Cassazione. “Se qualcuno pensasse di poter eliminare con un voto parlamentare, contrario peraltro al parere di autorevoli giuristi, il leader del primo partito italiano, cioè il sottoscritto, e questo venisse fatto sulla base di una sentenza allucinante e fondata sul nulla, allora ci ritroveremmo davvero in davanti a una ferita profonda e inaccettabile della nostra democrazia”, ha affermato in un’intervista a Studio Aperto Live, riferendosi alla questione della sua incandidabilità di cui la Giunta per le elezioni del Senato inizierà a discutere il 9 settembre. L’intervento di Berlusconi arriva dopo che il Pd, per bocca del responsabile Giustizia Danilo Leva, ha parlato di “condanna pienamente giustificata” che non consente al Cavaliere di godere di “tempi supplementari” in giunta al Senato. In serata è intervenuto il segretario democratico Guglielmo Epifani, che al Tg3 non ha anticipato indicazioni di voto, ma ha spiegato: “Le sentenze si rispettano. La Giunta del Senato si riunirà, valuterà le ragioni della difesa, come è giusto che sia, e poi deciderà. Lo detto e lo ripeto: la legge Severino non mi sembra in nulla e per nulla illegittima dal punto di vista Costituzionale”.

Con il deposito delle motivazioni della sentenza, Berlusconi rimette pesantemente sul tavolo la questione politica dell’incandidabilità, dopo che ieri la “abolizione” dell’Imu in consiglio dei ministri sembrava avere aperto uno spiraglio di sereno nel cielo delle larghe intese. E il premier Letta è constretto per l’enesima volta a mettere le mani avanti: “C’e’ una separazione profonda: è una questione importante e delicata, ma la sede giusta non è il governo, ma il Senato e la giunta”, ha affermato in un’intervista al Tg5. “E’ lì che coloro che sono i protagonisti prenderanno le decisioni, io continuerò a fare questa distinzione e credo che gli italiani apprezzino questa distinzione”.

Ma intanto i colonnelli berlusconiani vanno compatti all’attacco dei giudici di Cassazione, per chiarire che il Pdl non riconosce le motivazioni della condanna (documento in sé non rilevante per l’applicazione della legge Severino sull’incandidabilità, per la quale basta l’esistenza di una condanna definitiva). La tesi di fondo del Pdl è che i giudici abbiano esondato dai loro compiti perché, nelle motivazioni, si sono pronunciati nel merito dei fatti e non solo sulla legittimità dei precedenti gradi di giudizio. E che i il Cavaliere sia stato condannato sulla basre del “teorema del non poteva non sapere”, vecchio argomento di polemica giudiziaria dai tempi di Mani pulite. In realtà la sentenza della sezione feriale presieduta da Antonio Esposito riporta documenti e testimonianze a carico di Berlusconi emersi nel processo di primo grado (leggi l’articolo di Giovanna Trinchella) ed è perfettamente in linea con gli “standard” della Cassazione. Se l’imputato non si chiamasse Silvio Berlusconi nessuno troverebbe da ridire. In più sono stati proprio i legali-parlamentari pidiellini di Berlusconi, Ghedini e Longo, a chiedere alla Cassazione di pronunciarsi anche su elementi di fatto, per esempio quando nel loro ricorso parlano di “travisamento della prova” perché, sostengono, “non vi è la benché minima prova che Agrama, Cuomo e Lorenzano, negli anni di causa, abbiano mai frequentato Berlusconi”, cosa che i giudici hanno invece ritenuto accertata.

“La motivazione della sentenza di condanna di Berlusconi è semplicemente stupefacente”, attacca Fabrizio Cicchitto. “E profondamente innovativa perché inaugura un nuovo modo di giudicare della Cassazione: essa non si è pronunciata sulla legittimità, ma sul merito. E anche sul merito si produce in un esercizio di alta acrobazia che si conclude con un bel tonfo”. L’ennesimo “teorema politico“, insomma , perché “condanna Berlusconi per avere inventato anni prima il meccanismo dell’evasione, cosa peraltro tutt’altro che provata”. 

Anche Renato Schifani si lancia nella “recensione” della sentenza. “Si rafforzano i dubbi sull’infondatezza del teorema accusatorio”, afferma. Secondo la sua interpretazione, “Berlusconi è stato considerato colpevole in base al principio-teorema del non poteva non sapere, un vero obbrobrio giuridico”. L’ex presidente del Senato, e attuale capogruppo Pd a Palazzo Madama, continua: “Non si comprende come sia plausibile che il reato di cui è accusato sia stato ideato da Berlusconi, secondo i giudici della Suprema Corte, al tempo in cui era amministratore della sua azienda e che lo stesso Berlusconi abbia continuato a perpetrarlo anche dopo, quando entrato in politica, non ricopriva più alcuna responsabilità gestionale”.

L’intervento del leader e dei suoi colonnelli è l’apice di un fuoco di fila partito dal Pdl contro i magistrati quando delle motivazioni si conoscevano ancora pochi frammenti diffusi dalle agenzie. “Giustizia record per Berlusconi, già depositate le motivazioni della sentenza“, ironizza Daniela Santanchè. Un verdetto che “non si può rispettare”, afferma Luca D’Alessandro, segretario della commissione Giustizia della Camera. Mentre per l’altra pasionaria berlusconiana Michaela Biancofiore, sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, “si ritorna al teorema del non poteva non sapere”. Neanche il tempo di leggere le 208 pagine di motivazioni della condanna di Silvio Berlusconi e il Pdl apre la corsa alle dichiarazioni. Che spesso non tengono affatto conto di quello che la sentenza dice davvero.

“La giustizia in Italia – afferma Santanchè – è un qualcosa che si piega alle esigenze politiche del momento. Da vent’anni sta dalla parte opposta a quella di Silvio Berlusconi colpevole di avere sconfitto la gioiosa macchina da guerra di Occhetto. E’ urgente una riforma della giustizia, cosi come è necessario che la giunta per le elezioni non si trasformi nella mutilazione definitiva della democrazia”. E ancora: ”Verdetti come questo, motivazioni come questa, non solo si criticano ma non si possono rispettare”, sentenzia Luca d’Alessandro. “Perché i primi a non rispettare certi comportamenti sono proprio coloro che dovrebbero essere e apparire imparziali. E che tali, alla luce dei fatti, non sono”. Per D’Alessandro, “la dimostrazione del ruolo politico che ha inteso assumere la Sezione feriale della Cassazione diventa palese ed evidente quando i giudici sottolineano che la sentenza è stata emessa dall’’intero collegio’, entrando così con un atto processuale in un dibattito politico e disciplinare che non compete ai giudici”.

Tra i primi a intervenire c’è anche il senatore Francesco Giro: “Leggeremo con attenzione e con il rispetto dovuto” le carte, premette Giro, “ma dalle prime scarne notizie lo stile appare iperbolico (‘ideatore sistema illecito’) e apodittico (‘aziende a lui facenti capo in vario modo… mantenendo in posizioni strategiche soggetti da lui scelti’). L’esperienza”, aggiunge, “ci ha tristemente insegnato che uno stile apodittico e iperbolico cela sempre dietro di sè un apparato probatorio inevitabilmente esile ed inconsistente”. Mentre Enrico Buemi, capogruppo Psi nella Giunta per le elezioni al Senato che dovrà decidere sulla sopraggiunta incandidabilità del leader Pdl, ironizza come la Santanchè sull'”efficienza inedita per la giustizia italiana” a proposito dell’arrivo delle motivazioni neppure un mese dopo la lettura della sentenza. 

La fedelissima Michaela Biancofiore spera invece in un “giudice a Strasburgo“, riferendosi alla Corte europea dei diritti dell’uomo presso la quale Berlusconi ha già annunciato un ricorso. La sentenza “è l’ennesimo scoramento, è l’ennesima doccia fredda”, afferma il sottosegretario pidiellino alla Presidenza del Consiglio. Biancofiore cita alcuni brani delle motivazioni diffusi dalle agenzie di stampa. Dai quali desume che i giudici della Cassazione hanno condannato Berlusconi “palesemente contra personam sulla base di congetture, di mail senza riscontri, senza la ‘prova’ che dovrebbe essere il cardine del fare giustizia”. Secondo Biancofiore, “si ritorna al teorema del non poteva non sapere, che di fatto smentisce l’intervista del giudice Esposito e lo contraddice. Dove sono finiti Tizio, Caio e Sempronio che testimoniano? Nelle motivazioni infatti si legge che Berlusconi non poteva essere ‘un imprenditore così sprovveduto da non avvedersi, dei maggiori costi o al punto che i soggetti che a lui facevano riferimento potessero occultaglielo’. E chi lo dice ? Dov’è la prova?”.

Dal fronte del Pd parla il responsabile Giustizia del partito, Danilo Leva, che torna a promettere un voto senza incertezza sull’incandidabilità di Silvio Berlusconi: “Le motivazioni depositate dalla suprema Corte su cui si fonda la sentenza Mediaset sono chiarissime e non lasciano spazio ad alcuna libera interpretazione, giustificando in pieno la condanna a 4 anni di reclusione per frode fiscale di Silvio Berlusconi”. Di questo, continua, “la politica non può che prendere atto. La giunta per le immunità al Senato sarà chiamata ad applicare la legge che in uno stato di diritto è uguale per ciascun cittadino. Non sono previsti tempi supplementari”.

Una linea confermata da Alfredo D’Attorre, responsabile Riforme istituzionali della segreteria dei democratici. “Adesso il Pd può essere ancora più determinato e unito nel respingere qualsiasi ricatto del Pdl sulla decadenza di Berlusconi e per sostenere l’azione del governo nel segno dell’equità e del lavoro. Ci sono anche le condizioni per accelerare sulla riforma elettorale e per avviare in tempi certi l’iter di circoscritte riforme costituzionali che il Paese attende da decenni”.