L’ufficio di Martin Luther King, sul retro della chiesa battista di Auburn Avenue, ad Atlanta, era molto piccolo, o almeno troppo piccolo per il suo tavolo. Quel giorno lui parlava in piedi, sempre con la camicia bianca e il nodo strettissimo. C’era appena il posto, fra il tavolo e la porta, per poche sedie ingombranti, donate forse da una scuola. Io partecipavo per la prima volta, mi aveva invitato Andrew Young (che poi diventerà ambasciatore alle Nazioni Unite). C’erano, come sempre, Jesse Jackson e Joshua Williams. C’era anche l’informatore della Fbi, che seguiva ogni mossa di King. Fingevano tutti di non saperlo e neppure in seguito ne è stato fatto il nome. Era l’inizio del 1961 e questo è stato il mio primo incontro con Martin Luther King (Doctor King, ti dicevano tutti ad Atlanta) pastore di una chiesa battista, organizzatore politico e già noto come predicatore carismatico. Due mesi dopo, a New York, saremo stati una ventina, nella bella casa di Jean Stein, nel Dakota Building, l’edificio divenuto celebre tanti anni dopo per il film Rosemary Baby di Polanski, e poi mai dimenticato perché John Lennon è stato ucciso, una notte di dicembre, sul portone della grande casa che si affaccia sul Central Park.

Jean Stein, figlia di un produttore di Hollywood e moglie del viceministro della Giustizia di Kennedy, era già nota come sostenitrice delle cause liberal più audaci (estremiste, avrebbe detto il capo dell’Fbi, J. Edgar Hoover). Quella sera voleva presentare ai suoi ospiti un giovane nero con un filo di baffi, il sorriso pronto e una forte stretta di mano. Era già stato due volte a New York, in cerca di aiuto. Mai in una casa come questa. C’erano David Halberstam e Tom Wolfe, con Guy Talese, dunque il “nuovo giornalismo”, c’era Kay Graham, proprietaria del Washington Post, la giovane Barbara Walters, di cui si sapeva che sarebbe diventata anchor woman (conduttrice) del telegiornale della Abc. C’era il fondatore e padrone della Cbs, Bill Paley con il protagonista della trasmissione giornalistica 60 minutes Mike Wallace, a cui George Clooney avrebbe dedicato il suo film Good Night, Good Luck tanti anni dopo. Tutti sapevamo delle marce e della non violenza, ma era la prima volta che, a questo livello, Martin Luther King poteva incontrare, parlare, spiegare e chiedere sostegno, in un gruppo come questo.

La padrona di casa lo presentava come lui voleva in Georgia: “Doctor King”. Era un dottorato in Teologia, e il giovane reverendo della “Southern Christian Leadership Conference”, di cui era fondatore e presidente, aveva capito che essere “il dottor King” imbarazzava i poliziotti delle città grandi e piccole degli Stati del Sud dove organizzava le sue dimostrazioni, le sue marce, i suoi comizi contro il razzismo e l’apartheid e dove veniva continuamente arrestato per “condotta disordinata”… Non ha mai voluto essere “il reverendo King”, con la stessa intuizione che, negli stessi anni, stava guidando un giovane e non ancora noto docente di Harvard, a essere, rigorosamente, in ogni occasione, “doctor Kissinger”, invece che “professore”, perché quel titolo scade appena smetti di insegnare. A un certo punto, Jean Stein ha chiesto silenzio, i camerieri con i vassoi dei rinfreschi si sono fermati e il dottor King ha parlato.

Aveva una fortissima sensibilità (rara nei predicatori) per la differenza fra spazio pubblico e spazio privato, ovvero fra il podio (fosse anche una cassa) e venti persone interessate ad ascoltare. Dunque ha parlato in modo quasi confidenziale. Ma i due passi di distanza contavano. Si assumeva la responsabilità di chi porta un annuncio. Sembrava non notare il rapporto amichevole o la evidente benevolenza di chi lo ospitava e di chi lo ascoltava. Gli importava il peso dei fatti. Lo scontro fra bianchi razzisti e neri esclusi negli Stati del Sud stava per diventare rivolta. Non era il caso di essere “buono” e “religioso”. Doveva essere chiaro.

Dylan e Joan Baez alla testa dei cortei. Ricordo questa frase: “Non vi sto parlando del meglio e del peggio e neppure di giustizia e ingiustizia. Vi sto parlando della differenza, in un grande Paese, fra convivere e spaccarsi”. Ha anticipato, in una narrazione degli eventi che sarà durata non più di pochi minuti, la grande e ancora oscura verità di cui il Sudafrica sarebbe stato fra poco la prova. “Il razzismo annulla la dignità di un Paese. Annulla e uccide”. Alla marcia di Birmingham (Alabama), l’anno dopo – la folla era ormai di molte migliaia, le sue manifestazioni erano notizia nei telegiornali della sera – ero poco distante, insieme a Andrew Young e Jesse Jackson, quando è stato arrestato. Mi sono fatto avanti per pagare la cauzione, che era di 100 dollari, e lui mi ha chiesto di non farlo. “Questa è la nostra storia – mi ha detto – tocca a noi cambiarla”. L’espediente per impedire alla polizia, anche con gli idranti e i cani lupi, di sciogliere le fila e dividere le marce, era che ciascuno si teneva sottobraccio all’altro in modo da formare cortei a maglie molto strette. Quando c’erano, come a Selma, Joan Baez e Bob Dylan, il cordone si formava intorno e dietro le loro spalle, in modo da spingerli e trattenerli allo stesso tempo, così che potessero suonare le chitarre, ma anche per impedire che fossero isolati e arrestati.

L’immagine di una di quelle marce con Baez e Dylan alla testa, è diventata la copertina di un mio libro (Invece della violenza , Bompiani, lo stesso anno). Ma il grande evento era stato prima, nel 1963, il 28 agosto, la marcia su Washington di 250mila neri, il discorso “I have a dream”, la svolta indimenticabile del movimento per i diritti civili, che avrebbe profondamente cambiato l’America, nonostante il sangue e i delitti, fino alla tuttora incredibile presidenza di Barack Obama. In Auburn Avenue, e nel piccolo ufficio con il tavolo troppo grande che non è mai cambiato (ma la casa era nella stessa Avenue, a pochi isolati di distanza) i preparativi erano intensi e frenetici, benché tutti sapessero della marcia e nessuno del discorso. Sapevi che lo portava sempre nella giacca, ma la giacca era stretta e i fogli spuntavano dalla tasca interna. Li toglieva e li consegnava alla moglie Coretta o ad Andrew Young solo per il tempo delle interviste televisive sempre più frequenti. Però il testo non lo aveva letto nessuno. Era ormai un luogo comune che Martin Luther King fosse un grande oratore. Ma “I have a dream” – detto d’impeto, senza leggere il testo, quando una voce gli ha gridato “Martin, dicci del tuo sogno!”, ha sorpreso il mondo, per la grandiosa semplicità di quel sogno tutto fondato sulla fraternità dei bianchi e dei neri, una vera e propria dichiarazione mondiale di conversione dell’umanità e di fine del razzismo. E per lo stupore della grandiosa improvvisazione. Martin Luther King parlava guardando il cielo.

Sembra incredibile adesso, mentre ne parliamo come in un libro di storia, che su quel palco del Lincoln Memorial di Washington due ragazzi bianchi, Bob Dylan e Joan Baez, abbiano agganciato subito la folla, nell’immenso piazzale e in tutta l’America che seguiva “in diretta” (le radio, le tv di tutto il Paese). E tre ragazzi bianchi (Peter, Paul and Mary) gli abbiano fatto da scorta, cantando e restando sempre alle sue spalle, come guardie con la chitarra. Ha cominciato Dylan senza annunci e presentatori, When the ship comes in, e “la sua voce non era mai sembrata così giovane, e la sua chitarra, e la chitarra e la voce della Baez si sono unite come nelle scampanìo di un giorno di festa”, ha scritto James Baldwin. Joan Baez ha cantato più volte, We shall overcome in versioni che, secondo il Village Voice di quei giorni, “resteranno uniche”. Peter, Paul e Mary, hanno eseguito le loro versioni, giovani e coraggiose, dei canti del lavoro negli anni della depressione, portando un tono fiabesco da festa dei bambini. La folla infatti gridava come si grida a una festa, non a un grande evento politico. Quando King si avvicina al microfono, il silenzio è come un enorme contenitore di attesa. Parte come un canto il ritmo della voce del leader predicatore, e inizia il grande viaggio verso il sogno, che ha la grande forza di non finire, persino dopo i colpi del fucile di precisione che lo ha ucciso (4 aprile 1968) nel cortile del motel Lorraine di Memphis. Persino ora.

È stato quel discorso del 1963 a meritargli il Nobel che Martin Luther King ha ricevuto nel 1964. È stato quel discorso a cambiare radicalmente l’America, leggi e sentenze. Eppure questa grandezza, conosciuta e celebrata in tutti gli Stati Uniti e, ormai, nel mondo, non ha cambiato di molto, non sul momento, il comportamento dei governatori, dei giudici, della Polizia degli Stati del Sud ancora segnati dal razzismo. Martin Luther King, il leader di “I Have a Dream” (a cui John Kennedy aveva scritto “grazie” con una lettera commossa), il primo leader nero del mondo a ricevere il Premio Nobel per la Pace, ha dovuto consegnarsi alla prigione di Birmingham nel febbraio del 1965.

L’ultima ripresa prima dell’arresto. Doveva scontare due mesi di carcerazione per una sentenza di un anno prima. L’ho accompagnato con una troupe della Rai. Sull’aereo da Atlanta sono seduto accanto a lui per un’intervista che dura quasi un’ora. All’arrivo, tutti i passeggeri devono scendere mentre King e io restiamo seduti (i poliziotti di scorta concedono a me e al cameraman Lazzaretti di restare). Salgono (almeno dieci) gli agenti del carcere che devono ammanettarlo. Sta piovendo, io cerco di restare accanto a King con un ombrello, ma non è consentito (e non è consentito parlare). Riusciamo a restare vicini, filmandolo ammanettato, fino a quando un poliziotto ci ferma, ci separa, spintona indietro l’operatore, sbatte e chiude a chiave una porta a vetri rigata di pioggia. Riusciamo ancora a intravedere e filmare il leader della più grande rivoluzione non violenta mai tentata ai nostri giorni, il mite e tenace premio Nobel per la Pace, mentre si allontana in manette con i suoi carcerieri.