In molti e da molto tempo auspicano e si chiedono se Silicon Valley – la regione  californiana che ha dato i natali alle più  grandi  internet company, metaforicamente utilizzata per indicare l’industria  ICT – riuscirà a salvare il mondo dalla crisi finanziaria nella quale è precipitato.
Difficile,  per non dire impossibile, rispondere a questa domanda.

C’è  però più di una ragione, purtroppo, per temere che se anche  Silicon Valley riuscisse a traghettare il mondo fuori dalla crisi, l’Italia resterebbe a terra.
Ecco due – forse tra gli ultimi in ordine di tempo – episodi di casa nostra che giustificano tanto pessimismo.

Il primo rimbalza dai giornali finanziari che annunciano che Google ha appena deciso di investire 258 milioni di dollari – l’85% del proprio budget destinato ad investimenti di questo genere – in Uber, una ormai ex  startup che ha sviluppato e gestisce un servizio online veicolato tramite un’apposita app per smartphones che mette in contatto i conducenti di auto a noleggio con la propria utenza.
Il punto è che Uber è sbarcato anche in Italia dove, però, burocrazia, politica e protezionismo verso il “mercato” dei soliti ed intoccabili tassisti, gli stanno rendendo la vita impossibile o quasi. E’,  infatti, proprio delle ultime settimane l’ultima puntata dell’epopea che vede, ormai da mesi, la società californiana contrapposta al Comune di Milano, prima città nella quale il servizio è sbarcato.

E’ un’ultima puntata che segue una lunga serie di atti, scritti a colpi  di comunicati stampa, contravvenzioni e ricorsi davanti ai Giudici amministrativi, rappresentata da una lunga ed articolata Determina comunale – indigesta persino agli addetti ai lavori – con la quale il Comune tenta un difficile compromesso tra gli interessi dei tassisti – che naturalmente vedono in Uber un elemento capace di  scardinare il proprio oligopolio – le regole vigenti e l’esigenza di non dettare un anacronistico altolà alla società californina.

Difficile sperare che il Paese possa salire sul traghetto per futuro sospinto dal vento che viene dalla Silicon Valley se continuiamo a rendere la vita impossibile a società e servizi nei quali, dall’altra parte dell’oceano, chi, come Google, ha un indiscutibile fiuto per il futuro e per il denaro, investe centinaia di milioni di dollari.

L’altro episodio che, egualmente, suggerisce pessimismo circa le speranze che ha il Paese di far rotta verso il futuro, rimbalza, invece, via Twitter ed ha le sembianze di un provvedimento del Tribunale di Parma con il quale un Giudice ordina alla propria cancelleria di stampargli gli atti di un procedimento per decreto ingiuntivo – uno dei pochi che, almeno in alcuni tribunali può essere promosso in forma digitale ovvero senza carta né marche da bollo – perché non dispone degli strumenti necessari a prenderne visione ed a scrivere il proprio provvedimento in digitale.

Evidentemente – ma questo non è scritto nel provvedimento – il Ministero della Giustizia, da un lato continua ad annunciare la digitalizzazione del pianeta giustizia e, dall’altro, non fornisce ai giudici italiani gli strumenti necessari a confrontarsi con la “nuova” – si fa per dire visto che la prima legge sul processo civile telematico è datata 2001 – giustizia in digitale.

Anche in questo caso se anche il vento di Silicon Valley soffiasse tanto forte da spingere il mondo fuori dalla crisi, le tonnellate di carta ed inchiostro alle quali restiamo atavicamente attaccati, minacciano di rappresentare una zavorra sufficientemente pesante da lasciarci a terra.

Peccato dover constare, giorno dopo giorno, semplicemente leggendo i giornali, così tante ragioni per le quali, il futuro rischia di non passare per l’Italia.