“Il Pd voti no alla decadenza di Silvio Berlusconi“. Il segretario del Popolo della libertà Angelino Alfano, in visita al Meeting di Comunione e Liberazione, si rivolge direttamente ai colleghi di governo del Partito democratico: “Noi chiediamo molto chiaramente che riflettano, astraendosi dalla storica inimicizia di questi venti anni e riflettano sulla opportunità di votare ‘no’ alla decadenza. Non chiediamo al Pd un gesto e un voto a favore del presidente Berlusconi, ma chiediamo con altrettanta forza di non dare un voto ‘contra personam’, contro il loro avversario di sempre, contro il loro nemico storico”. E conclude: “Chiediamo che la vicenda della decadenza in giunta al Senato venga trattata come se riguardasse uno qualsiasi dei senatori. Il Pd approfondisca la questione giuridica nel merito e non pronunzi una sentenza politica sull’avversario storico“. Parole che arrivano mentre Letta si reca da Napolitano al Colle per riferire del colloquio avuto ieri con il segretario del Pdl e, si apprende in ambienti del Quirinale, delle “prospettive” in merito alla “situazione di governo” e “politica”.

L’avvertimento di Alfano viene letto dal Partito democratico come un ricatto: “Alle minacce”, commenta Dario Franceschini, ministro per i rapporti con il Parlamento e per il coordinamento delle attività di governo, “e agli ultimatum basta rispondere con un principio molto semplice: non si barattano legalità e rispetto delle regole con la durata di un governo. Mai”. Della stessa opinione Davide Zoggia, responsabile organizzativo dei democratici: “Bisogna rimettere la realtà con i piedi per terra. Lo dico con chiarezza ai colleghi del Pdl che invito ad assumersi le proprie responsabilità e a smetterla con il tentativo di scaricare su di noi i problemi che riguardano il loro partito. Il problema di Silvio Berlusconi riguarda il Pdl. E’ lui che è stato condannato con sentenza definitiva, e per un fatto grave. Non accettiamo ricatti e indegne furbizie”. Anche Rosy Bindi intervistata da SkyTg24 ha ribadito la posizione: “Per il Cavaliere si applica la legge Severino che è una legge molto chiara e molto netta ed escludo che non sia applicabile su Berlusconi. E comunque – ha aggiunto – c’è la pena accessoria che sta arrivando sulla interdizione. Gli effetti di quella sentenza purtroppo per lui sono di decadenza dalla funzione di senatore, attaccarsi ai cavilli quindi significa non prendere atto della realtà. La legge va applicata sta a loro non farla ricadere sul governo. Se necessario si faranno approfondimenti in giunta, ma no a barattare gli approfondimenti con la perdita di tempo”.

Compattezza o franchi traditori. Nell’estate delle ipotesi sul futuro del governo delle larghe intese, di certo restano solo le tensioni nei gruppi politici. Da una parte e dall’altra degli schieramenti. Cautela e riflessione le parole che vengono dal Popolo della libertà. Risponde un Partito democratico che cerca di ostentare compattezza, ma scricchiola sotto il peso della “responsabilità” politica. A scandire malumori e prese di posizione, le date istituzionali che separano dal voto sulla decadenza di Berlusconi nella Giunta per le elezioni. Entro il 29 settembre il Cavaliere ha tempo per presentare una memoria difensiva. Il 4 settembre si stabilirà l’ordine del giorno per la seduta del 9. In quell’occasione ci sarà la relazione di Andrea Augello del Pdl, che se respinta dalla maggioranza, costringerebbe a cambiare relatore e far slittare in avanti il voto. E la strategia migliore per il centrodestra è proprio quella di posticipare il momento in cui i senatori dovranno esprimersi sulla decadenza, cercando di arrivare a fine settembre o, come azzardano alcuni, addirittura novembre. Sul dopo restano solo ipotesi e quei 158 voti necessari per la maggioranza al Senato di un eventuale governo Letta bis.

Nell’attesa, riflessione è la parola chiave. Così il ministro Mario Mauro di Scelta Civica, in visita al Meeting di Comunione e Liberazione, dice: “Se c’è bisogno di un ulteriore approfondimento su aspetti formali di applicazione della legge Severino, non ci sarebbe nulla in contrario a poterlo concedere. Il nodo dell’agibilità politica di Silvio Berlusconi va risolto politicamente e non per via giuridica”. Mauro pensa a un “provvedimento generale, non individuale, cioè amnistia e indulto, come ai tempi della guerra, perché la nostra è un’emergenza sul piano economico anche più complicata”. In un’intervista ad Avvenire, il ministro della Difesa ricorda che le ragioni che hanno portato a mettere insieme forze diverse nel governo delle larghe intese sono ora “più valide”. “Non possiamo”, conclude, “far diventare il Parlamento il quarto grado di giudizio”, la soluzione, insiste, deve essere “politica”. “Amnistia e indulto, come nel dopoguerra con l’amnistia di Togliatti”. 

La tenuta del governo, ripetono i protagonisti, non deve essere al centro della questione. “Noi non intendiamo staccare la spina al governo”, ha detto il capogruppo Pdl Renato Schifani, tra le colombe che sostengono le larghe intese, “alla vigilia di provvedimenti importanti sull’Imu e sull’Iva che sono il nostro cavallo di battaglia. L’attuale esecutivo lo abbiamo voluto, lo abbiamo sostenuto, lo ha voluto Silvio Berlusconi all’indomani delle elezioni”. Ma al tempo stesso, il senatore ha invitato il Partito democratico ad “assumere una posizione di ascolto e non pregiudiziale, altrimenti le responsabilità di un’eventuale crisi non sarebbero del Popolo della libertà. Vogliamo creare un clima di agibilità politica per fare in modo che il voto della Giunta non sia preconcetto”. Schifani si è rivolto a Dario Stefano, chiedendo “maggiore imparzialità anziché parlare di tempi brevi. Il pericolo che si trasformi in un plotone di esecuzione è incombente, prima di esaminare le modalità di applicabilità di una nuova legge”. Schifani infine definisce “affermazioni che indignano me e le persone del mio Gruppo”, le indiscrezioni giornalistiche secondo le quali molti senatori del Pdl sarebbero pronti comunque a ribadire la fiducia al presidente del Consiglio Enrico Letta anche se il partito decidesse di togliergli l’appoggio, perché “il Popolo della libertà è un partito unito più che mai intorno a Silvio Berlusconi, opererà con saggezza ma con determinazione”.

Le spaccature non mancano nemmeno all’interno del Partito democratico. Mentre Nicola Latorre, intervistato da il Fatto Quotidiano, assicura che “non ci saranno franco traditori e il partito voterà compatto, perché sarebbe impossibile e paradossale che si dovesse scegliere tra la tenuta del quadro politico e il rispetto della legalità”, non tutti sembrano essere d’accordo. Il vicepresidente del Pd, Giorgio Tonini in un dialogo riportato da La Stampa, mostra prudenza sull’esito delle votazioni sulla decadenza di Berlusconi: “Al momento tutte le evidenze ci fanno credere che il nostro voto sia scontato per il sì, ma credo che esamineremo il caso in punta di diritto, con attenzione e serietà”. Lo stesso senatore ribadisce l’importanza di riflessione e approfondimento nel momento dell’applicazione della legge Severino: “Quando c’è da applicare una norma generale e astratta a un caso concreto c’è sempre da fare un approfondimento”. Giudizio attento e meticoloso, dice Tonini, ma guai a un ricatto per la tenuta del governo: “Questo non potrei accettarlo”.