Brutte, anzi, bruttissime notizie dal più periferico e dimenticato dei fronti di guerra: quello, ormai da tempo in piena rotta, della difesa dell’ambiente.

Quattro giorni or sono, in uno dei suoi quasi quotidiani discorsi a “a reti unificate” (o “en cadena nacional”, come si dice da quelle parti) Rafael Vicente Correa Delgado, dal 2006 presidente dell’Ecuador, ha pubblicamente annunciato la decisione – da lui molto solennemente definita “la più difficile e dolorosa” da quando si trova alla guida della Nazione – di iniziare lo sfruttamento petrolifero d’un territorio incluso nel parco naturale dello Yasuní ITT (abbreviazione per Ishpingo-Tambococha-Tiputini).  

Ovvero: in una frazione di quel lembo di foresta vergine che – parte essenziale, a sua volta, del “polmone verde” per eccellenza del pianeta Terra (l’Amazzonia, per l’appunto) – è universalmente ritenuto (ed è come tale riconosciuto anche dall’Unesco) uno dei punti del globo terracqueo a più alto indice di biodiversità.

Che si tratti d’una pugnalata alla schiena di Madre Natura – o della Pacha Mama, come nell’America Andina gli eredi dell’antico impero Inca chiamano l’universo di cui siamo parte – non v’è dubbio alcuno. Ma chi ha vibrato il colpo? O, se si preferisce: chi è, in questa storia, il vero assassino? Da par suo, Correa è stato, giovedì sera, molto lapidario nell’indicare il responsabile del delitto. “El Mundoha detto nos ha fallado”, il mondo – ed in particolare la parte ricca del mondo –  ci ha traditi. E certo è che, fosse stato il discorso del presidente ecuadoriano parte della scena finale d’un film poliziesco, il colpevole (un atlante? un mappamondo?) sarebbe stato a quel punto trascinato via in catene, curvo sotto il peso di schiaccianti indizi. I più ovvi e pesanti dei quali sono indubbiamente i seguenti.

Sette anni fa l‘Ecuador – forte d’una nuova Costituzione che, in alcuni dei suoi più importanti articoli, per la prima volta riconosceva i diritti fondamentali della Pacha Mama – aveva deciso di rinunciare allo sfruttamento dei giacimenti di petrolio che si trovano nel sottosuolo del grande parco Yasuní. E conscio del fatto che l’umanità intera avrebbe beneficiato d’una tale rinuncia – lasciare l’oro nero là dove si trova significa, era stato infatti calcolato, risparmiare al pianeta l’emissione di almeno 400 milioni di tonnellate di CO2 – aveva contemporaneamente avanzato, con la comunità internazionale come interlocutorice, un progetto di “compensazione”. Più esattamente: aveva proposto la creazione d’un fondo aperto alla contribuzione di privati e (soprattutto) di governi, il cui obiettivo era la raccolta, in 12 anni, della metà dei 7 e passa miliardi di dollari che l’Ecuador avrebbe tratto dallo sfruttamento de giacimenti dello Yasuní ITT.

A sei anni da quel progetto – nel dantesco mezzo del cammin – Rafael Correa ha, per così dire, presentato i conti. Ed i numeri sono davvero desolanti. Dei 3 miliardi e 600 milioni programmati, non sono al momento disponibili che 13,3 milioni, lo 0,37 per cento del totale, più altri 300 milioni (o giù di lì) di “impegni” sottoscritti (ma non versati) da varie nazioni. Un ”fracaso”, un fallimento totale il cui fondamento, ha sottolineato con ostentata indignazione Correa “es que el mundo es una gran hipocresía. Giustissimo. Sempre molto prodigo di belle parole in materia di difesa ambientale, il mondo sviluppato – primo inquinatore del pianeta e massimo responsabile del riscaldamento globale – una volta di più non si è fatto trovare al momento di pagare il conto. E più che doveroso è svergognarlo pubblicamente. Ma può questa – pur in tutta la sua vergogna – essere considerata una buona ragione per venire meno all’obbligo, costituzionalmente sancito, di proteggere i sacri diritti della Pacha Mama?

Evidentemente no. E proprio questo è quello che le organizzazioni indigene e le associazioni ambientaliste – fino a non molto tempo fa alleate del governo – hanno, con altrettanta indignazione (e molte più ragioni) fatto immediatamente notare al presidente Correa. Un esempio. L’articolo 54 della Costituzione ecuadoriana – una Costituzione che Correa, del tutto legittimamente, considera “sua” – afferma: “I territori dei popoli in isolamento volontario sono di proprietà ancestrale, irriducibile ed intangibile ed in essi è vietato ogni tipo di attività estrattiva”. La parte del parco Yasuní il cui sfruttamento petrolifero Correa ha appena annunciato, è uno di questi territori. Quanto ipocrita, quanto serio, quanto “sovrano” – vanno chiedendosi gli ambientalisti ecuadoriani – è dunque un governo che subordina il rispetto di questi impegni costituzionali, parte della “filosofia” della Nazione, al versamento di fondi provenienti dalla comunità internazionale? A questa domanda Correa risponde, semplicemente, bollandola come prodotto d’un “ambientalismo infantile”. Il mio primo impegno, dice, resta quello di combattere la povertà. E, per combattere la povertà, l’Ecuador ha bisogno – in assenza di appoggi internazionali – di mettere a frutto il suo petrolio…

Non si tratta di una polemica nuova. Se analizzata, infatti, nel contesto continentale (e proprio questa è la cosa più triste e preoccupante) il caso dello Yasuní è evidentemente parte di un processo – quello del ritorno al vecchio modello di sviluppo “estrattivo”, basato sul massimo sfruttamento delle risorse naturali – che, ben al di là del Ecuador, sembra in un modo o nell’altro coinvolgere tutti i paesi latinoamericani. E, in particolare, quelli che, governati da forze progressiste, sembravano disposti a superarlo nel nome del “buen vivir”, la buona vita, o Sumak Kawsay, come lo stesso Correa ama chiamarlo in lingua kichwa. Il Venezuela è, dopo quasi tre lustri di chavismo, più che mai dipendente dal petrolio e più che mai avviluppato nelle spire di quella che gli economisti chiamano la “sindrome olandese”. In Bolivia, Evo Morales costruisce, per favorire lo sfruttamento di materie prime, strade che tagliano in due parchi nazionali. In Nicaragua, il sandinista (o post-sandinista) Daniel Ortega gioca, senza neppure prendersi la briga di misurarne l’impatto ambientale, d’un nuovo (ed improbabile) canale interoceanico…

Tutte questioni sulle quali varrà la pena ritornare. Per l’intanto, basti – con una metafora calcistica – ricordare i risultati dell’ultima giornata. In Ecuador: Pacha Mama 0, Petrolio 3. In America Latina la Madre Natura, esaltata a parole, sta per retrocedere in serie B. Triste, ma vero.