“Da quando ho lasciato ai miei figli la guida del mio gruppo non me ne sono più preoccupato”, aveva garantito Silvio Berlusconi lo scorso gennaio prima di riprendere la campagna elettorale, spiegando di avere preso le distanze da Mediaset. E aveva anche assicurato, a conferma delle sue dichiarazioni che “c’è una legge sul conflitto di interessi che abbiamo fatto noi e che funziona pienamente”. Eppure, appena a pochi giorni dalla sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna a quattro anni per frode fiscale e nelle ore in cui si discute della richiesta di grazia da avanzare al Capo dello Stato, il Cavaliere convoca a villa San Martino i suoi avvocati e i direttori delle sue reti, secondo quanto riportato da Corriere della Sera e Stampa, per studiare le prossime mosse.

“Io davvero non so che dire, non so bene come giudicare tutto questo”, avrebbe confessato ai “direttori Mediaset e dei suoi giornali”, che martedì sera erano a cena ad Arcore per capire come muoversi dopo le parole di Napolitano. “Ci sono passaggi che sembrano andarmi incontro – prosegue il quotidiano di via Solferino – altri che non si capiscono, alcune sembrano aperture, altre no, anche la questione dell’agibilità politica, se resta con le pene accessorie o no non è chiaro. E questo è un punto cruciale…”.

Oltre allo spiraglio della grazia, sul Sole 24 ore è emersa anche un’altra ipotesi per ristabilire l'”agibilità politica” del Cavaliere. Infatti l'”effetto penale della decadenza da senatore e della successiva incandidabilità per sei anni” potrebbero cadere nel caso in cui Berlusconi accettasse di essere rieducato “attraverso l’assegnazione a un’associazione di volontariato o a un lavoro socialmente utile che ne favorisca la revisione critica”. Scenario possibile nel caso in cui il Tribunale di sorveglianza “accettasse l’esito della prova”. Potrebbe dunque “restare al suo posto da senatore e persino ricandidarsi, almeno fino a quando non diventerà definitiva l’interdizione dai pubblici uffici (la cui quantificazione è stata rimessa dalla Cassazione alla Corte d’Appello di Milano)”. Quindi, queste sono le condizioni: l’ex premier dovrebbe fare una “revisione critica” del reato per il quale è stato condannato e il Pdl “accettare che incandidabilità e decadenza sono effetti diretti e automatici della condanna, su cui le Camere non possono metter bocca”. In questo modo si potrebbe concretizzare l’agibilità politica per il Cavaliere. E la giunta per le immunità al Senato “potrebbe anche sospendere la pratica in attesa della fine dell’affidamento in prova”. Tutto senza scomodare il Quirinale.