Pressioni. Che nello scorrere delle ore diventano minacce. Vere, non velate. Giorgio Napolitano si era speso personalmente, nei giorni precedenti alla sentenza della Cassazione, perché il clima politico rimanesse freddo e distante, nel nome della separazione dei poteri e della necessità di garantire la governabilità al Paese. Qualcuno, tra i falchi del Pdl, ha voluto vedere nelle sue parole di qualche settimana fa l’assicurazione che sarebbe uscita una sentenza diversa, ma poi quando la realtà ha mostrato un altro volto, allora quelle parole sono diventate l’ultimo affronto, il “tradimento”. Che ora va rimediato, in qualche modo. Come, non è dato sapere. Nonostante si continui a parlare di grazia, è chiaro anche al “re dei falchi” del Pdl, Denis Verdini, da giorni inseparabile compagno di chiacchiere telefoniche con la pitonessa Daniele Santanchè, che la grazia non sarà mai la vera via d’uscita per “restituire agibilità politica al leader del centrodestra”. Bisogna trovare un’altra strada. E il Quirinale dovrà farsi parte attiva – è il parere degli uomini dell’ex Cavaliere – per raggiungere l’obiettivo. Altrimenti? Altrimenti le elezioni anticipate saranno il male minore. E Napolitano si troverà a dover sciogliere le Camere senza che si sia arrivati neppure ad una modifica del Porcellum. Casomai per decreto.

Uno scenario che il Colle respinge. Soprattutto, Napolitano – che comunque ha accusato la sentenza della Cassazione come uno schiaffo – non vuole assolutamente che la sua figura, all’inizio di un secondo mandato “che potrebbe anche finire domattina”, dicono al Colle non senza un pizzico di fastidio, resti associata, nella storia, al salvataggio, in qualche maniera, di Berlusconi. 

Per questo Napolitano ha respinto in modo quasi violento le pressioni che sono state fatte nella notte tra venerdi e sabato dai falchi pidiellini e quell’annuncio di visita in Val Fiscalina di Gianni Letta per “trovare una mediazione”, che poi non è avvenuta. Sembra che le parole usate al telefono dal Capo dello Stato siano state forti, sarebbe uscito anche un “fermatevi prima che sia troppo tardi che le mie dimissioni sono già scritte, e poi farete i conti con chi verrà dopo di me e vi prenderete la responsabilità politica di questo sfascio”.

Di sicuro, la pressione esercitata dal Pdl verso Napolitano perché scovi, nelle more della Costituzione e dei suoi poteri, il modo di vanificare la condanna definitiva della magistratura a Berlusconi, è stata bollata ufficialmente come “indebita”, ufficiosamente come “vergognosa”. Perché, ha rilanciato Napolitano, non è questa la condanna che vi deve preoccupare (riferito, ovviamente, al Pdl), ma gli altri procedimenti giudiziari ancora in corso contro Berlusconi, che possono essere ancor più devastanti e che un clima di scontro, o peggio di irresponsabile caduta del governo, non farebbero altro che accelerare ancor di più nel loro iter, accentuando nelle presunte responsabilità di Berlusconi e esaltando la sua “propensione a delinquere”. Come si può mai pensare – ecco il ragionamento del Colle – che la più alta carica dello Stato, il garante della Costituzione, si adoperi perché un personaggio del genere possa recuperare “agibilità politica” nonostante tutto e tutti? Follia il solo pensarlo.

Nel Pdl, intanto, hanno preso in seria considerazione il fatto che le pressioni verso il Quirinale non arrivino a nulla e che anche la pressione mediatica possa, ad un certo punto, diventare una sorta di boomerang. Le “colombe” del partito, a partire da Maurizio Lupi, non ne vogliono neppure sentir parlare di andare alle urne, nonostante i sondaggi della Ghisleri diano la leadership di Marina al 27%, contro il 24% di Matteo Renzi. Il prossimo match elettorale potrebbe essere questo. Ma non ora, non subito. Ci sono le riforme da fare ma nell’immediato una serie di decreti da convertire in legge in quest’ultima settimana di lavori parlamentari, uno di questi – lo “svuota carceri” che si voterà lunedì pomeriggio – paradossalmente favorevole a Berlusconi perché codifica come risorsa anti galera la “Salva Previti” (non si può carcerare chi ha più di settant’anni). Ma si parlerà anche di finanziamento pubblico ai partiti e di nomine nelle delegazioni internazionali e nelle bicamerali (l’Antimafia, per esempio), argomenti che hanno già creato frizioni e problemi interni alla maggioranza prima della sentenza, figurarsi adesso. Ecco perché l’imperativo di Napolitano è quello di resistere, anche se Verdini e Santanchè hanno già pronta un’escalation di aggressioni mediatiche e di piazza (la prima a Santi Apostoli a Roma, domani) fino a quando non si sarà trovata “una soluzione”. Che, potrebbe essere, però, anche parlamentare. Ossia, quella che passa per la Giunta per le autorizzazioni del Senato. Al netto della voglia di chiudere al più presto la partita del presidente dell’organismo, il vendoliano Dario Stefàno, ci vorranno almeno due mesi prima che la stessa giunta sia chiamata a votare per la decadenza di Berlusconi. Quindi si passerebbe all’aula e, con un voto segreto richiesto da almeno 20 senatori, Berlusconi potrebbe scampare la decadenza. Ma per arrivare dove, a livello politico? Da nessuna parte. Intanto, però, l’essere “salvato” dal Senato sarebbe già un notevole passo in avanti, gli farebbe allontanare i domicialiari. E qualcuno, nel Pdl, ci sta già pensando. D’altra parte, il metodo De Gregorio ha sempre un suo perché…