I crediti a rischio di Intesa, Unicredit, Mps, Banco Popolare e Ubi banca salgono del 4% a 144 miliardi, le aziende crescono, i grandi soci incassano quasi 1,5 miliardi di cedole solo nel 2012, ma il numero complessivo di lavoratori italiani si assottiglia. E intanto nei bilanci 2012 dei cinque maggiori istituti nazionali sale la quota di titoli emessi da governi e banche centrali per 244 miliardi di euro, in aumento del 38,8% rispetto ai 175,7 miliardi del 2011. E’ lo spaccato in chiaroscuro tracciato nello studio R&S 2013 di Mediobanca sulle maggiori 50 società quotate a Piazza Affari. Un panorama in cui giocano come fattori chiave la crisi finanziaria internazionale e globalizzazione con spostamento della manodopera all’estero dove il lavoro costa meno e i mercati di sbocco sono piu’ interessanti anche sotto il profilo dei consumi.

Le banche restano, nel primo trimestre, nell’occhio del ciclone con i crediti deteriorati in aumento nelle forme di esposizioni ristrutturate e sofferenze (ovvero insolvenza del creditore). E con garanzie che assistono i crediti costituite per il 69% da immobili e per il 25% da garanzie personali (crediti di firma). Secondo Mediobanca, la tegola del mattone, settore che sta registrado in Italia un rapido declino, pesa particolarmente sulle garanzie di Intesa Sanpaolo (83,5% del totale), Unicredit (75,4%), Mps (60%), Banco Popolare (53,6) e Ubi (54,6). Nonostante la fase delicata, gli istituti di credito hanno però continuato ad investire pesantemente (+38% a 224 miliardi) in titoli pubblici o emessi dalle Banche centrali sottraendo risorse alle altre categorie di investimento.

Così le obbligazioni dei Paesi Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) sono arrivate a fine 2012 a 191,9 miliardi di euro, in aumento del 36,3% sul dicembre dell’anno precedente con oltre il 98% investito in titoli domestici italiani, che sono passati da 136,5 miliardi a 188,9 miliardi. Unica consolazione, il fatto che i derivati non sembrano più rappresentare un problema rappresentando in media l’8,5% dell’attivo, ma con situazioni più pesanti per Unicredit e Mps. Se le banche, insomma, sembrano ancora in mezzo alla tormenta per via anche della crisi economica che fa lievitare le difficoltà di rimborso dei crediti, va meglio ai soci delle più importanti aziende quotate perché, nonostante il momento difficile, sono riusciti ad intascare, solo nel 2012, 1,5 miliardi di cedole.

Campione d’incasso è Salini, che avendo conquistato il controllo di Impregilo, dopo una lunga battaglia con Gavio, ha intascato 535 milioni di cedole. Ma è andata molto bene anche alla famiglia Rocca, ai vertici di Assolombardia, con 233 milioni di dividendi. Molto positivo anche il bilancio 2012 di Leonardo Del Vecchio, azionista di riferimento di Luxottica, che fra mattone e occhiali, ha incassato 239 milioni. Si difende Telecom che, benché al centro di una riorganizzazione e con un debito miliardario, ha distribuito ai soci 60 milioni. Lo Stato Italiano, con le quote in Eni, Enel, Terna, Snam e Finmeccanica, è riuscito a incassare lo scorso anno 2,4 miliardi su un monte dividendi totale delle 50 aziende considerate nello studio da 11 miliardi.

Ma intanto il mercato italiano stenta a ripartire: le vendite sono cadute in aggregato del 9% dal 2008, nonostante il rimbalzo del 2012 con il +1,6% rispetto al 2011. I grandi pubblici hanno saputo contenere al -3,9% la caduta delle vendite nazionali sul 2008, realizzando anche un aumento dell’8% nel 2012 grazie soprattutto alle politiche di aggregazione delle local utilities. I gruppi privati hanno invece conosciuto un arretramento: -16,5% dal 2008, -7,9% nel solo ultimo anno, un dato che tiene assieme la flessione dei servizi (-8,1% sul 2008, -4,9% nell’ultimo anno) con il crollo delle attività manifatturiere (-33,4% sul 2008, -15,4% dal 2011). Così mentre l’occupazione dei maggiori gruppi industriali grazie ai privati (+3,7%) sfonda nel 2012 il tetto del milione di unità, aumentando del 12% sul 2008 e del 2,3% nel 2012, il lavoro in Italia diminuisce.

Secondo il rapporto di Mediobanca, infatti, i dipendenti all’estero sono cresciuti tra 2008 e 2012 del 35,3% (attorno a 140mila unità in più), del 6% nel solo 2012, passando a rappresentare il 59,5% della forza lavoro rispetto al 50,4% del 2008. I dipendenti italiani, invece, arretrano: la loro flessione è pari al 6,6% dal 2008 (si tratta di circa 25mila unità in meno). Specularmente, la loro incidenza sul totale della forza lavoro è caduta dal 49,6% del 2008 al 40,5% del 2012.

Una riduzione di dipendenti domestici ha interessato tanto i gruppi pubblici (-5,3% sul 2008, -1% sul 2011) che quelli privati (-7,3% sul 2008, -1,6% sul 2011), con una caduta meno pronunciata nella manifattura (-4,7% e -0,8%) che nei servizi (-9,8% e -2,3%). Tutto questo mentre il giro d’affari dei grandi gruppi sale con in cima alla lista nomi grossi come Eni (127 miliardi, +16,1% rispetto al 2011) o Exor (110,6 miliardi, +31,2%) con un contributo importante dai mercati esteri (il 73,3% del fatturato totale del cane a sei zampe viene da Paesi stranieri e addirittura il 91,l3 % per la holding degli Agnelli).