“Ora gli uomini facciano la loro parte: non basta dire io non sono così, vadano in piazza e facciano una manifestazione urlando ‘Io non sono uno stupratore’”. E’ lapidaria Grazia Negrini, una dei membri del Tavolo delle Donne di Bologna che questo pomeriggio ha partecipato ai funerali di Silvia Caramazza, la ragazza uccisa il 27 giugno scorso, la cui foto è stata donata ai partecipanti con offerta libera per la Casa delle Donne di Bologna e che diventerà simbolo della lotta contra il femminicidio.

Con la Negrini nella chiesa di Santa Caterina di via Saragozza erano presenti un centinaio di persone, tra cui le associazione Udi, Donne in nero, Casa delle Donne, il sindaco di Bologna Virginio Merola, il presidente del consiglio comunale Simona Lembi, amici e parenti della donna il cui corpo è stato ritrovato nel suo appartamento nascosto dentro un freezer da chi l’ha uccisa colpendola alla testa. “Una bestia, chiunque sia stato è una bestia”, ha ripetuto una delle amiche della Caramazza all’uscita del feretro dalla chiesa, dopo una cerimonia sobria e toccante che ha portato i presenti ad ascoltare la canzone preferita da Silvia, Che cos’è l’amor di Vinicio Capossela.

Il sospettato numero uno dell’efferato omicidio continua ad essere Giulio Caria, il fidanzato della ragazza, in carcere a Sassari, catturato proprio nella sua Sardegna dopo una fuga durata 48 ore. Dell’uomo, che si dichiara innocente, solo nelle ultime 24 ore gli investigatori hanno scoperto un paio di impronte sui sacchi in cui era stata nascosta la giovane vittima. “E’ un personaggio che controllava molto la fidanzata, metteva microspie dappertutto, isolava la donna in casa, un grande manipolatore”, spiega una rappresentante della Casa delle Donne, “chi stava vicino a Silvia, le amiche, non dovevano sottovalutare quello che stava accadendo. Anche se uno non ti picchia può avere la meglio su di te. Bisogna sconfiggere il meccanismo di potere e del controllo maschile nel suo complesso”.

I parenti della Caramazza, poco dopo il ritrovamento del cadavere, avevano contattato la Casa delle Donne di Bologna, che offre quotidianamente servizi di prevenzione e aiuto nei casi di stalking e violenze subite dalle donne, e si sono subito accordati per una presenza dell’associazione il giorno delle esequie. “Gli uomini devono fare un passo indietro”, continua, “e l’esempio più immediato a cui mi rifaccio è nella politica. Pensiamo al caso del ministro Kyenge, una persona che combatte i pregiudizi, le minacce e la violenza, sia perché è nera, poi perché è donna, infine perché è ministro. In Italia il potere non va d’accordo con l’essere donna. Chi ottiene posti così importanti nelle istituzioni viene vista come un’usurpatrice”.

Il Comune di Bologna, infine, non esclude di costituirsi parte civile nel processo sul delitto Caramazza. “E’ un delitto che ha sconvolto la comunità bolognese – ha spiegato il sindaco Merola – e l’Italia intera, per la brutalità dell’omicidio e l’inquietante modalità operata dall’assassino per nascondere il corpo della giovane donna. Un’ulteriore vittima del femminicidio, l’uccisione di donne per il semplice fatto che sono donne e non sono le donne che l’uomo e la società vorrebbe che fosse. Sono troppe le vittime di femminicidio che dobbiamo contare ogni anno in questo Paese, e l’omicidio di Silvia Caramazza ci mostra come nessuna comunità possa sentirsi al riparo”.