Nel dibattito pubblico italiano si sottolinea spesso come l’elevata pressione fiscale per finanziare il welfare state freni lo sviluppo. Facciamo chiarezza a tal proposito partendo da cinque dati di fatto.

(1) La tassazione sul lavoro (il famoso cuneo fiscale) è altissima, la seconda più alta in Europa dopo il Belgio.

(2) La tassazione sul patrimonio invece apporta molto poco (molto meno di paesi come l’Inghilterra) sul totale del gettito fiscale.

(3) La spesa sociale è in linea con la media Europea (circa il 25% del Pil). In Europa spendono più di noi: Francia, Svezia, Austria, Belgio, Danimarca, Germania, e Finlandia.

(4) La spesa sociale italiana è sbilanciatissima: il 57% di essa è consacrato alle pensioni contro il 39% degli altri paesi Europei.

(5) Spendiamo pochissimo (meno della metà della media Europea) per lavoro, famiglia e casa.

Questi cinque dati mi portano a credere che serva un doppio processo redistributivo: (1) l’innalzamento della tassazione sul patrimonio e la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro; (2) la riduzione della spesa pensionistica a vantaggio delle politiche per il lavoro. Lo scopo di questo articolo è chiarire perché il secondo processo redistributivo dovrebbe partire dalla riduzione delle pensioni più elevate

La previdenza italiana fino al 1996 ha funzionato sulla base della regola retributiva. Con questo sistema previdenziale chi andava in pensione ricevendo negli ultimi anni della carriera lavorativa uno stipendio più alto rispetto alla media di quelli precedenti, si ritrovava una pensione più elevata di quella per cui aveva realmente contributo. Facciamo un esempio. Un funzionario pubblico che aveva ricevuto durante la sua carriera una media di 2000 euro al mese e si ritrovava di colpo promosso ad un livello più alto guadagnando per esempio 6000 euro al mese per gli ultimi due o tre anni di carriera, riceveva con il sistema retributivo 6000 euro di pensione e non 2000 (come accadrà invece per i futuri pensionati sulla base della regola contributiva). Capite bene che questa procedura ha completamente squilibrato il sistema, generando una spesa pensionistica più elevata di quello che possiamo permetterci. Questa spesa abnorme per le pensioni costituisce un ostacolo insormontabile all’implementazione delle politiche per il lavoro.

All’ingiustizia inter-generazionale si aggiunge anche quella intra-generazionale. Vediamo perché (tutti i dati sono contenuti in Chi Troppo, Chi Niente). In Italia ci sono 18,6 milioni di pensionati. Io mi soffermerò solamente su 13,6 milioni di loro, essi appartengono a due categorie distinte. La prima è quella costituita dai pensionati che ricevono meno di mille euro al mese: sono 11,6 milioni, il 63% del totale, e per loro spendiamo il 33% del nostro bilancio previdenziale. Facendo la media fra le diverse pensioni, un appartenente a questo gruppo ritira ogni mese 533 euro. La seconda categoria include i 2 milioni di pensionati con più di duemila euro al mese. Rappresentano l’11% del totale e per loro spendiamo il 31% del bilancio dedicato alla previdenza. Questa categoria percepisce una pensione media mensile di 2909 euro.

Spendiamo quasi la stessa cifra per gli 11 milioni di pensionati più poveri e i 2 milioni più ricchi. Qualcuno potrebbe obiettare che quei 2 milioni di pensionati hanno lavorato duro per ricevere ciò che oggi intascano ogni mese. Bene, non voglio discutere di chi meriti cosa ma sottolineare che questi due milioni di pensionati hanno contribuito per meno della metà di quello che ricevono (a tal proposito andate a vedere l’articolo di Ferrera Le verità nascoste dello stato sociale).

Spesso nel dibattito pubblico è stato sottolineato (dai sindacati confederati e addirittura dalla corte costituzionale) come non si possano modificare i diritti acquisiti. In realtà, alla luce di quanto detto fin qui, io credo che la vera ingiustizia sia continuare a mantenere passivamente un sistema così profondamente diseguale. Per questo ritengo sia equo – oltre che utile – inserire una tassa di scopo su tutte le pensioni sopra i duemila  e cinquecento euro (ovviamente una tassa progressiva che cresca assieme all’importo della pensione). Il ricavato dovrebbe essere investito direttamente nelle politiche per il lavoro (reddito minimo garantito e sussidio universale di disoccupazione (come illustrato in un mio post precedente), in modo da ribilanciare almeno parzialmente la spesa sociale tra passato e futuro.