L’anno prossimo trascorreranno quarant’anni – senza giustizia – dalle bombe esplose nel 1974; prima a Brescia durante una manifestazione antifascista in Piazza della Loggia (28 maggio); poi, dopo un paio di mesi, sulla vettura n°5 dell’espresso Italicus mentre transitava nella galleria all’altezza di San Benedetto Val di Sambro (4 agosto).

A luglio 2014 ne passeranno invece trenta da quando Tina Anselmi fece infuriare il Potere, pagandone un prezzo alto, non solo politicamente. La donna che tanti italiani avrebbero voluto come Presidente della Repubblica rischiò la sua vita e quella dei suoi familiari per difendere la democrazia dai cosiddetti poteri occulti: “Ho fatto il mio dovere”. Grazie al lavoro della sua Commissione, il Parlamento certificò la natura delinquenziale del consorzio piduista. Forte del sostegno di Sandro Pertini – che di lì a poco dovrà lasciare il Quirinale nelle mani di Francesco Cossiga (eletto anche con i voti del Pci) -, la deputata democristiana di Castelfranco Veneto tentò con tutte le sue energie di difendere la Repubblica dalla degenerazione politica e culturale che porterà al trionfo del berlusconismo. Purtroppo la sua crescente solitudine – di cui, oggi, quasi tutti gli allora maggiorenni dovrebbero sentirsi un po’ responsabili – permise a Gelli e ai suoi pupi di impadronirsi dell’Italia.

Staffetta partigiana nella brigata Cesare Battisti, iscritta alla DC dal 1944, deputata dal 1968, Tina Anselmi è la prima donna a reggere un Ministero: nel ’76 il Lavoro, nel ’78 la Sanità (nasce con lei il Servizio Sanitario Nazionale). Dopo anni di impegno politico-istituzionale, nel 1981 il destino le affida la missione più difficile: il 17 marzo, nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Giorgio Ambrosoli, i pm di Milano Giuliano Turone e Gherardo Colombo ordinano alla Guardia di Finanza di perquisire l’abitazione e gli uffici di un certo Licio Gelli, ex repubblichino, già dirigente della Permaflex (vendeva materassi). Sbucano documenti «impressionanti». Tra questi, l’elenco degli iscritti ad una loggia massonica riservata (ovvero, come si dimostrerà, “segreta”), di cui Gelli è il capo: Propaganda 2.

Il 12 luglio 1984, nella relazione di maggioranza della Commissione Anselmi, si afferma che «tale organizzazione, per le connivenze stabilite in ogni direzione e a ogni livello e per le attività poste in essere, ha costituito motivo di pericolo per la compiuta realizzazione del sistema democratico». Il tempo dimostrerà che, purtroppo, il verbo “costituire” andava coniugato al presente, non al passato prossimo: non solo la P2 continuò ad essere pericolosa, ma riuscì a realizzare i suoi scopi. Il Piano di Rinascita Democratica, vergato nel 1976, e il precedente – meno noto ma non meno profetico – “Schema R” sarebbero divenuti programmi di governo. Un progetto politico la cui filosofia è stata efficacemente sintetizzata da Antonella Beccaria in un libro del 2009, “Il programma di Licio Gelli”: «la cosa privata la si compra e quella pubblica la si occupa».

Corruzione e disinformazione come strumenti per svuotare la democrazia dall’interno. Un virus che, da allora, porterà molti italiani ad abbandonare coerenza ed ideali: politici, giornalisti, “intellettuali”, ecc. Massimo Teodori, già membro della suddetta Commissione Anselmi ed estensore della relazione di minoranza presentata dal Partito Radicale, all’alba del nuovo millennio si candiderà, senza fortuna, con Forza Italia. Eppure in quel lontano 1984 la relazione Teodori era stata ben più ‘radicale’ di quella della maggioranza: «Contrariamente a quanto afferma la relazione Anselmi (…), la Loggia non è stata un’organizzazione per delinquere esterna ai partiti ma interna alla classe dirigente. La posta in gioco per la P2 è stata il potere e il suo esercizio illegittimo e occulto con l’uso di ricatti, di rapine su larga scala, di attività eversive e di giganteschi imbrogli finanziari fino al ricorso alla eliminazione fisica». Chissà se, oggi, Pannella e il ministro Bonino – paladini del garantismo e amici di lunga data degli ergastolani (oggi liberi) Mambro e Fioravanti – considerano giustizialista la “loro” relazione…

Il 1984 iniziò male e finì malissimo. Il 5 gennaio, a Catania, sparano al giornalista antimafia Giuseppe Fava, fondatore della rivista “I Siciliani” (oggi rinata grazie a Riccardo Orioles); a febbraio il governo di Bettino Craxi abolisce la scala mobile e firma il nuovo concordato Stato-Chiesa; il 31 marzo viene uccisa Renata Fonte, assessore repubblicano alla cultura di Nardò (tra i mandanti dell’omicidio c’è Antonio Soriano, suo rivale nel Pri); ad aprile a Milano nasce la Lega Lombarda; a maggio il ministro del bilancio Pietro Longo, segretario del Psdi(tessera P2 n° 926), dà le dimissioni; all’inizio di giugno muore Enrico Berlinguer; poco dopo, alle elezioni europee, per la prima volta il Pci supera la Dc; il 29 luglio il mostro di Firenze massacra l’ennesima coppietta (Pia Rontini e Claudio Stefanacci); a fine agosto la Fininvest compra Rete 4 dalla Mondadori; il 29 settembre, grazie alle rivelazioni di Buscetta, vengono arrestate 366 persone (tra queste Vito Ciancimino, ex sindaco Dc di Palermo); in ottobre Craxi corre in soccorso dell’amico Silvio Berlusconi imponendo al suo governo un decreto che – varato all’inizio dell’85 – permetterà alla Fininvest di aggirare, per sempre, le sentenze che imponevano il divieto di trasmettere, come la Rai, lo stesso palinsesto su tutto il territorio nazionale; alle 19.08 dell’antivigilia di Natale esplode l’ennesima bomba, questa volta sul treno Rapido 904 (stessa galleria dove dieci anni prima passava l’Italicus): 16 morti e 267 feriti.

Intanto chi si ostinava a contrastare la P2 non se la passava bene. L’inchiesta su Sindona spostata da Milano a Roma; le minacce alla Anselmi, seguite da un ordigno piazzato nella casa della sorella; le “difficoltà” di Enzo Biagi (che già nel ’81 si era dovuto allontanare dal Corriere della Sera di Rizzoli e Tassan Din). E i libri messi all’indice. Tra questi suscitò un certo clamore il saggio storico “Corrotti e corruttori. Dall’Unità d’Italia alla P2” di Sergio Turone, giornalista che, diversamente da tanti colleghi, non era “acquisibile”. Umberto Ortolani – braccio destro di Gelli e ambasciatore P2 presso la Santa Sede, è morto nel 2002 – in un primo momento ottenne il sequestro del libro dal tribunale di Varese. Forse turbato dalla schiettezza del profilo tracciato in quelle pagine: «Avvocato in Italia e conte nell’America del Sud. Sornione, abile nel creare intrecci finanziari, con un corredo di ottime entrature in Vaticano attraverso il cardinale Giacomo Lercaro e tra i vertici della Dc (Amintore Fanfani e Giulio Andreotti in particolare), completava alla perfezione Gelli». Il 19 aprile 1984, due giorni prima che la notizia del sequestro del libro di Turone provocasse un putiferio, Enzo Biagi ne aveva utilizzato i contenuti, traendone domande da porre agli ospiti della puntata di “Film dossier” dedicata alla corruzione. Tra gli ospiti un Andreotti insolitamente nervoso, che nel corso dell’intervista definiva Turone – senza nominarlo – una «carogna».

Si dice: il tempo è galantuomo. Non sempre. In questi 30 anni – mentre lo stato continua ad oltraggiare i parenti delle vittime, mentendo e/o negando risarcimenti dovuti – Tina Anselmi e gli italiani onesti hanno subìto persino la beffa di vedere il corruttore Gelli nei panni di conduttore sul piccolo schermo (trasmissione “Venerabile Italia”, Odeon Tv, 2008). Oggi Cossiga e Andreotti non ci sono più. Tina Anselmi invece sì. E, soprattutto, ci sono i suoi “foglietti”, appunti scritti in quegli anni e raccolti dall’amica Anna Vinci. In uno di questi c’è scritto: «La verità possono cercarla solo quelli che hanno la capacità di sopportarla». In quanti siamo, dopo trent’anni?