Sull’eredità Faac si addensa l’ombra dello Ior. La battaglia a colpi di carte bollate ed esposti per il testamento di quasi 2 miliardi di euro a favore della Chiesa cattolica da parte di Michelangelo Manini, il manager milionario morto nel 2012, si addentra nei meandri più oscuri dei palazzi vaticani. Dopo la dipartita di Manini furono infatti resi pubblici tre presunti testamenti olografi che lasciavano tutto all’Arcidiocesi di Bologna, compreso il 66% delle azioni della multinazionale dei cancelli automatici. I lasciti sono stati però impugnati dai parenti che hanno ottenuto nel frattempo il sequestro dei beni ereditari, in attesa che un giudice stabilisca se quella grafia nelle carte appartenga al defunto o meno. Ma ora, nelle diverse inchieste aperte sul caso dalla magistratura, spuntano i nomi di due cardinali della Curia romana vicini a Tarcisio Bertone: uno è Giuseppe Versaldi, presidente della Prefettura per gli affari economici della Santa sede, un vero e proprio ministro di Bergoglio; l’altro è Domenico Calcagno, membro della commissione cardinalizia di vigilanza per lo Ior, nominato proprio negli ultimi giorni del pontificato di Benedetto XVI.

I nomi dei due porporati compaiono in uno dei filoni d’indagine che il procuratore aggiunto Valter Giovannini e il sostituto Massimiliano Rossi stanno seguendo: quello per tentata estorsione ai danni della Curia di Bologna, aperto dopo un esposto da parte di quest’ultima. Alcuni dei tanti parenti interessati e dei loro legali avrebbero fatto pressioni negli ultimi mesi sull’Arcidiocesi perché abbandonasse la causa civile in corso e accettasse una mediazione. Il cardinale elettore Giuseppe Versaldi (il cui ultimo colloquio ufficiale con papa Francesco risale a fine giugno), si è inserito nella vicenda dell’eredità Faac, contattato da alcuni parenti perché agisse in questo senso e spingendo quindi personalmente l’arcivescovo della città emiliana, il cardinale Carlo Caffarra, ad accettare le proposte di alcuni parenti del defunto per un accordo con transazione che avrebbe estinto la querelle giudiziaria.

L’altro prelato che si è interessato alla vicenda, Domenico Calcagno, oltre a ricoprire incarichi nello Ior e nel Fondo sanitario del Vaticano, guida l’Apsa. Si tratta della banca della Curia romana dove lavorava Nunzio Scarano, il monsignore arrestato il 28 giugno scorso con le accuse di corruzione e calunnia nell’ambito di una inchiesta della Procura di Roma. Calcagno, passato alle cronache anche per essere il cardinale appassionato di armi e per essere finito al centro di una campagna che chiedeva la sua estromissione dal recente Conclave perché in passato avrebbe coperto dei casi di pedofilia, nella vicenda Faac non sarebbe indagato (neppure Versaldi lo sarebbe), ma ha preso parte al tentativo di mediazione.

Il membro dello Ior, in occasione dell’ultimo sinodo dei vescovi il 24 maggio scorso, ha portato al cardinale Carlo Caffarra, una busta, di cui sembra non conoscesse il contenuto, con dentro l’ennesima proposta di transazione da parte di alcuni parenti in cambio della chiusura di ogni contenzioso. Nella lettera, intestata allo studio del commercialista romano Massimo Grisolia, vi era la proposta di dare il 20% dell’eredità ai parenti con la promessa che poi la metà di questo 20% sarebbe andato in opere di bene a favore del Patriarcato latino di Gerusalemme. I pm Giovannini e Rossi hanno fatto sequestrare presso lo studio romano di Grisolia, anche lui non indagato, proprio delle carte sulla Faac.

A tutte le pressioni l’arcivescovo Caffarra (che è già stato sentito un mese e mezzo fa dalla Procura di Bologna come persona informata sui fatti), si è tuttavia sempre opposto. Lo stesso nuovo papa Francesco, apprezzando questa intransigenza, avrebbe anche per questo motivo prorogato la carica di guida dell’arcidiocesi per due anni. Caffarra infatti, che ha 75 anni, avrebbe dovuto lasciare quest’anno.

Per ora nel fascicolo dei pm ci sarebbero alcuni indagati, avvocati e altre non ben chiare figure. Obiettivo della procura è capire capire se qualcuno ha spinto i tentativi di convincere Caffarra un po’ troppo oltre, magari paventando al prelato cause civili infinite.

I fronti aperti sono tanti: il prossimo 2 ottobre anche il RIS di Parma, con una consulenza grafologica affidata dalla procura potrebbe dare una parola definitiva sulla veridicità dei testamenti. Nel frattempo Mariangela Manini, cugina del manager defunto, che insieme a suo zio Carlo Rimondi rappresenta l’ala più intransigente dei parenti e non ha accettato eventuali trattative con la Curia di Bologna sostenendo la falsità dei lasciti, attende che un giudice, anche attraverso il test del Dna riconosca che lei è in realtà sorella del manager defunto. Cioè figlia dello stesso padre di Michelangelo. Se questo fosse vero, Mariangela, assistita dall’avvocato Rosa Mauro, erediterebbe comunque la metà dell’immenso patrimonio.