Un vescovo sentito dai magistrati, i conti milionari all’estero, i testamenti sequestrati direttamente negli studi dei notai, le intrusioni notturne negli uffici degli avvocati. E ora persino il coinvolgimento del Ris di Parma che dovrà dire se la grafia di quei lasciti appartenga davvero al manager defunto. La vicenda Faac, la multinazionale bolognese dei cancelli passata in eredità alla Chiesa grazie a un presunto testamento olografo, contestato dai parenti del padrone deceduto, assume sempre di più i contorni di un giallo.

La Procura di Bologna, che ha aperto un’indagine contro ignoti per falso, ha chiamato in causa il Reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri perché dica la sua su quei tre testamenti olografi comparsi dopo il decesso di Michelangelo Manini risalenti al dicembre 1998 e pubblicati da due notai bolognesi nel 2012. L’appuntamento è per il 2 luglio prossimo quando, alla presenza sia degli avvocati della Curia di Bologna sia dei parenti di Manini, verrà conferito l’incarico al maresciallo aiutante Vito Matranga del Ris per un accertamento tecnico non ripetibile, che verifichi l’autenticità delle scritture attraverso le quali il miliardario avrebbe lasciato tutti i propri beni, compreso il 66% delle azioni della Faac, all’arcidiocesi di Bologna. Il procuratore aggiunto Valter Giovannini e il sostituto Massimiliano Rossi hanno chiesto per quella data, sia ai parenti che alla Curia di produrre documenti provenienti dalle mani dello stesso Manini e a lui riferibili in base ad atti pubblici, in modo che possano essere utilizzati come comparazione con le firme apposte sui tre testamenti.

Venerdì scorso la cugina del manager defunto, Mariangela Manini – che insieme a suo zio Carlo Rimondi guida la ‘cordata’ dei parenti (rappresentati dall’avvocato Paola Cagossi nel penale e dall’avvocato Rosa Mauro nel civile) – è stata sentita dai magistrati come persona informata sui fatti: “Gli inquirenti – ha detto all’agenzia Ansa – hanno voluto sapere la storia della nostra vita in comune e anche le ragioni che spinsero Michelangelo, il giorno dopo la morte del padre, a ritirare la fideiussione che aveva fatto a mia madre. Poi dettagli della nostra quotidianità e della sua malattia. Sono lieta che la Procura voglia vederci chiaro”. Mariangela è la stessa che rivelò, dopo il decesso di Michelangelo, di esserne non la cugina, ma la sorella, frutto di una relazione extraconiugale tra sua madre e Giuseppe Manini, padre di Michelangelo e fondatore della Faac. Anche per accertare questa rivelazione è in corso una specifica causa in tribunale.

Nelle scorse settimane anche monsignor Gian Luigi Nuvoli, economo dell’arcidiocesi era stato sentito dai magistrati come persona informata sui fatti nell’inchiesta per il falso. Monsignor Nuvoli è anche al centro di un’altra inchiesta della Procura dopo essere stato querelato per diffamazione proprio dai parenti di Manini. Una ulteriore, la terza, indagine sulla vicenda Faac, questa volta per furto e ancora contro ignoti, riguarda un fatto verificatosi lo scorso 26 maggio, quando sconosciuti si sarebbero introdotti nello studio bolognese di Andrea Moschetti, legale della Curia, oggi presidente del Cda della Faac. Un’intrusione strana, senza effrazione. I documenti del faldone Faac furono ritrovati sparsi sul pavimento senza che nessuno di essi però mancasse all’appello.

Ma sull’eredità Manini, forse uno dei casi giudiziari più intricati degli ultimi anni in Italia, il fronte legale aperto è soprattutto un altro. Oltre alle indagini penali (c’è anche un’altra inchiesta in Procura a Modena per un quarto testamento in cui il de cuius lascerebbe tutto al suo dentista, finito anch’egli indagato per falso) in ballo c’è soprattutto la “causa madre” davanti al tribunale civile. In questo procedimento davanti al giudice Maria Fiammetta Squarzoni si deciderà il destino del patrimonio totale del defunto stimato in 1,7 miliardi di euro, compreso il controllo della Faac. L’esito della consulenza del Ris, a questo riguardo potrebbe essere molto influente.

Dopo la morte del manager nel marzo 2012 la Chiesa prese possesso dell’impresa nominando, come detto, l’avvocato Moschetti alla guida del Cda. Ma l’impugnazione da parte dei parenti ha portato dopo pochi mesi al sequestro delle azioni Faac e di tutto il patrimonio Manini. La Curia (rappresentata dall’avvocato Filippo Sgubbi nel penale e dall’avvocato Michele Sesta nel civile) ha tentato di opporsi con una serie di ricorsi, sempre respinti. A marzo scorso inoltre il tribunale ha dovuto chiedere all’Arcidiocesi di mettere a disposizione alcuni conti, dove erano depositati 36 milioni di euro, che non si riusciva a sequestrare, così come i 14 milioni di euro dei dividendi 2011 della Faac. Poi sono ricomparsi anche 23 milioni di euro su un conto in Svizzera, intestato prima a Michelangelo poi, alla sua morte, alla Curia. Quest’ultima dal canto suo si è sempre difesa, sostenendo di non avere mai utilizzato quei soldi e di averne solo cambiato l’intestazione.

Così adesso, sebbene il Cda della Faac non sia stato azzerato e il lavoro dei 1.400 operai sparsi in tutto il mondo proceda normalmente, sulla Faac e su conti correnti vigila un custode giudiziario, il professor Paolo Bastia. In attesa di una parola fine su chi sarà il prossimo mister Faac.