È quasi scontato pensare che in Italia le regole siano un optional. Tuttavia, desta meraviglia vedere l’assenza di una qualunque iniziativa di alcuni cosiddetti “organi preposti” in merito al caso Rcs.  Come è noto negli ultimi giorni c’è stato l’aumento di capitale della società proprietaria del Corriere della Sera, cioè del principale giornale italiano.

In questo contesto Fiat e Diego Della Valle si stanno scontrando per il controllo del giornale di via Solferino. Il gruppo presieduto da John Elkann ha comunicato di aver già rilevato diritti per salire dal 10% al 20% nel capitale Rcs post aumento. Allo stato è dunque diventato il primo azionista, seguito da Mediobanca con il 15,14%. L’imprenditore della Tod’s, che ha sottoscritto la quota di competenza e risulta socio con l’8,81%, ha annunciato invece la disponibilità a rilevare tutto l’inoptato (cioè la parte dell’aumento di capitale non ancora sottoscritta pari all’11,2 per cento).

Se ciò si verificasse e Della Valle riuscisse ad aumentare la propria partecipazione acquisendo l’11,2%, Rcs avrebbe due grandi azionisti con quote più o meno paritetiche: la Fiat partecipante al patto di sindacato, cioè all’accordo di blocco e consultazione siglato tra 13 dei maggiori azionisti di RCS (es. Mediobanca, Intesa, Generali), l’altro, lo stesso Della Valle, fuori dal patto. Questo lo scenario di sfida e di potere intorno al Corriere, condito da polemiche e telefonate al Colle.

Ma l’oggetto del contendere non è un prodotto di mercato qualunque. Ed ecco il punto. L’editoria, o meglio la proprietà dei giornali, è regolata dalla legge che, come per la televisione, fissa norme finalizzate a garantire il pluralismo ed evitare pericolose forme di concentrazione. La legge in questione è la n. 416 del 1981, successivamente modificata ed integrata (soprattutto dalla legge n. 67 del 1987). Essa contiene precisi limiti contro la concentrazione della proprietà dei giornali e norme sulla trasparenza dei trasferimenti e sull’intestazione delle quote delle società di settore. Per quanto riguarda il pericolo di concentrazioni editoriali, la legge dispone che gli atti di cessione, di affitto o di affidamento in gestione delle testate, nonché i trasferimenti tra vivi delle quote di proprietà delle imprese editrici di giornali quotidiani, sono nulli se, in conseguenza di tali atti, l’avente causa venga ad assumere una “posizione dominante” nel mercato editoriale.

L’articolo 3 della legge n. 67/1987 configura, in particolare, come “posizione dominante” nel mercato editoriale quella posizione conseguita per effetto di atti di cessione o di contratti di affitto o di affidamento in gestione di testate o di trasferimenti tra vivi di azioni, partecipazioni o quote di società editrici da parte di un soggetto dalla quale derivi l’edizione di testate quotidiane o il controllo di società editrici di testate quotidiane oltre il limite del 20 per cento della tiratura complessiva dei quotidiani in Italia.

Dunque, il punto di domanda è: se Fiat, che già detiene la proprietà del La Stampa, dovesse acquisire il controllo del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport (anch’essa di Rcs), potrebbe farlo superando il limite del 20 per cento di tiratura complessiva previsto dalla legge? La risposta dovrebbe essere scontata. Tra l’altro, lo stesso patto di sindacato che ha retto le sorti del Corriere rischia di cambiare la natura che gli è stata riconosciuta in passato di accordo di voto piuttosto che di patto di controllo della società. Chi dovrebbe vigilare sulla materia? L’Agcom, il Governo ed altre Istituzioni. Per quanto riguarda la borsa sembra, ma il condizionale è d’obbligo, che Consob si sia mossa chiedendo un chiarimento sulla quota di aumento di capitale già sottoscritta. In particolare, la richiesta riguarderebbe l’ipotesi che altri rilevanti azionisti possano aver acquistato quote di Rcs. Una considerazione finale. In Italia, salvo rare eccezioni, si dimostra, al di là di numeri e quote, che:

1. il sistema dell’informazione è terra riservata ai soliti gruppi economici e di potere;
2. le istituzioni dello Stato, a vari livelli, spesso sono di aiuto e non di contrasto;
3.  credere in una informazione in cui principi dell’art. 21 della Costituzione abbiano un pratico significato è una pia illusione.