Il 2 giugno, il programma di Italia Uno “Le iene” ha trasmesso il servizio “Sesso o stupro?”  che mette in dubbio la sentenza di condanna  a 5 anni di reclusione inflitta dal tribunale di Cagliari a due uomini per il reato di stupro. Nell’estate del 2010 infatti una donna li denuncia per una violenza sessuale avvenuta davanti a una discoteca. La sentenza di condanna viene emessa nel 2012, dopo ben due anni di raccolta di prove, audizioni dei testimoni a difesa o a carico degli imputati, valutazione dell’attendibilità degli stessi, valutazione delle tesi della difesa. In alcuni minuti di servizio, “Le iene” hanno imbastito una  sorta di processo sommario sulla base della sola testimonianza dei due condannati e dopo aver citato in maniera frammentaria tre o quattro testimonianze estrapolate dalla copiosa documentazione degli atti processuali, hanno stabilito che la sentenza di primo grado non convinceva.

Il portale “La rete delle reti femminili” ha pubblicato una lettera indirizzata sia a Luca Tiraboschi, direttore di rete che alla redazione de “Le iene” per chiedere che “il programma e i responsabili di rete si scusino e sconfessino senza reticenze simili contenuti e la filosofia che vi è sottesa”.

La lettera allude a buon titolo a una sorta di “filosofia” implicita nel servizio, perché il video di domenica 2 giugno segue un altro del 5 maggio in cui il fenomeno della violenza contro le donne viene negato da un’associazione di padri separati per cui “le violenze sulle donne non esistono, il 98% sono tutte calunnie per vendetta nei confronti degli ex o degli uomini per spillare denaro eccetera”.

Nonostante il fenomeno della violenza contro le donne sia ormai riconosciuto, denunciato e studiato a livello internazionale dall’Onu e dall’Organizzazione mondiale della Sanità, nonostante siano state fatte piattaforme e stipulate convenzioni internazionali per contrastarlo; nonostante il 28 maggio scorso sia stata ratificata alla Camera la Convenzione di Istanbul; nonostante le indagini dell’Istat, nonostante le donne continuino a essere ammazzate a fronte di centri anti-violenza sempre più depauperati, continuiamo a imbatterci nella negazione  del fenomeno.

Salvaguardando il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza di indagati, imputati e condannati fino a sentenza definitiva, bisogna dire due cose: innanzitutto che i processi sommari sono sbagliati, soprattutto in una realtà dove la cultura misogina favorisce l’emersione della violenza contro le donne; in secondo luogo che le sentenze della magistratura si rispettano. Ci sono ben tre gradi di giudizio a garanzia degli imputati che si possono difendere in tribunale e non alla vecchia maniera. Quale?

Sul web è in atto una lapidazione collettiva nei confronti di quella donna, vittima di stupro, tanto per continuare a perpetuare con mezzi moderni, arcaiche ritorsioni nei confronti delle donne che denunciano uno stupro.  La società ha sempre risposto, e lo fa tuttora, alla denuncia di stupro di una donna con emarginazione, isolamento e stigmatizzazione. Perché l’unica donna stuprata davvero credibile è una donna morta.

Così ecco esplodere la reazione online fatta da offese (anonime) scagliate come pietre da una canea livorosa convinta del valore della giustizia fai da te grazie al servizio de “Le iene”. A questo punto l’incoraggiamento finale di Mauro Casciari che ha realizzato il servizio – “Donne denunciate…” –  suona come una beffa. Perché mai le donne dovrebbero sentirsi incoraggiate a denunciare stupri o violenze? Per essere etichettate come calunniatrici, mogli vendicative, arpie senza scrupoli? No grazie.

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