Cannes, Photo call vincitori della Palma d'OroSenso di polpa, ha vinto lui. L’unica Palma possibile, l’unico capolavoro del Concorso, ottimo, di Cannes 66. E non sono parole al vento, né convincimenti a palmares squadernato. Come dimostrarlo? Non parleremo in questo commento a caldo di alcun altro film, solo del predestinato alla vittoria, e vincitore: La vie d’Adele di Abdel Kechiche, che Lucky Red porterà nelle nostre sale.

Grazie a Dio (del cinema). “Vivere liberamente, esprimersi liberamente, amare liberamente!”: l’ha detto sul palco del Grand Lumiere Kechiche, e non è solo auspicio esistenziale, bugiardino sociale, vademecum politico – a Parigi nel frattempo… – bensì la dichiarazione di quel che è il suo cinema, non solo questo film.

Le idee da cui è mosso, i sentimenti da cui è animato, la poetica che lo innerva, quella camera che coglie l’attimo fuggente, il tempo che rimane, il passato che non passa, la carnalità che non c’è un domani. Tre ore tre di gioia per gli occhi, piacere sensuale, natura senza naturalismo, verità senza verismo, vita catturata, senza allitterazioni, senza letteratura, senza arte a priori. La vita non è un film, questo film è la vita: un paradosso, ma solo per chi – vi rifarete – non l’ha visto. Il film è eccezionale, il palmares conferma, ci mancherebbe: Steven Spielberg chiama ET telefono casa, e risponde con l’eccezione extraterrestre allo statuto del festival di Cannes. Palma d’Oro per tre, perché sono tutti e tre eccelsi, perché sono tutti e tre uno, inscindibile, unico, film. Adèle Exarchopoulos e Lea Seidoux, le due attrici, e il loro empatico condottiero, Kechiche. Tre in fuga per la vittoria, tre in fuga dal cinema che era oggi, e non è più. 

La vie d’Adele scrive la storia, e non c’entra il palmares, seppure aiuta. Nemmeno l’arte-vita, bensì la vita-cinema, meglio, il cinema fatto vita. E non il contrario: alla vita fatta cinema siamo già abituati, qui è la camera, il meccanismo, che non solo riprende la vita, ma si fa una nuova vita. Come? Scomparendo, togliendosi di mezzo, rimanendo attaccato ad Adele e Lea, Adele ed Emma, senza farsi più vedere: la macchina da presa è la presa sul reale, la presa di vita, punto e stop. Via la macchina. Si va a piedi, nudi, per queste immagini.

Siamo a Lille, le compagne di scuola incalzano, la 15enne Adèle (Adele Exarchopoulos) prova a farsi il ragazzo, che è pure carino e sensibile, ma non va. Non può andare. Adèle vuole altro, Adèle non vuole dirsi le bugie, vuole dire se stessa: le basta incrociare lo sguardo per strada, e trovare un flash blu. I capelli blu di Emma (Lea Seidoux), sopra gli occhi blu di Emma, sulla testa d’artista di Emma. Emma è arte, Adèle naivete, entrambe umane, molto umane. Si trovano, Adèle cresce, insegna a scuola e impara a vivere: una passione totalizzante, lei e Emma sono ovunque, sono sopra tutto. Sono amore fatto carne, e viceversa. Fanno sesso, esplicito come Kechiche inquadra, esplicitamente amoroso come vita vorrebbe: incontro di amorosi sensi, sensi fatti amore. Senza tempo: sì, un domani non c’è. Purtroppo, non c’è davvero: Emma ha amici intellettuali e un’amica speciale, Adèle non regge: l’inferiorità tradisce, Adèle tradisce, perdendosi, perdendo Emma. Eppure (la graphic novel che ha ispirato) Il blu è un colore caldo, e Abdel Kechiche ha un cinema bollente: non perché i cronisti hanno avuto lo scandalo lesbo, ma perché i cinefili, i critici hanno riguadagnato il capolavoro tanto atteso. Spielberg & Co. si sono accodati: dovere cinefilo – e morale – di certificare il capolavoro.

Oltre l’educazione sentimentale e il Bildungsroman, oltre la Vie de Marianne di Marivaux, oltre il dissidio sartriano tra essenza ed esistenza, questa succulenta, illetterata, umida e umanissima tranche de vie era destinata alla Palma, soprattutto, è destinata a rimanere. Le vite passano, questa vie rimarrà. E non solo al cinema: senso di polpa, l’avete mai sentito? Qui si vede, e non se ne va.