Vince lo spirito della libertà. Nell’amore come nella sua Tunisia. Il franco-tunisino Abdellatif Kechiche a tale spirito dedica la sua prima Palma d’oro, celebrata con una standing ovation da tutto il popolo della Croisette e all’unanimità dalla giuria presieduta da Steven Spielberg. È il suo straordinario “La vie d’Adèle 1 & 2” il migliore (in assoluto) del 66° Cannes. Inutile girarci intorno, l’appassionata storia d’amore di Adèle & Léa condotta empaticamente dal talento di Kechiche e in sintonia con un cast perfetto ha commosso e convinto tutti, al punto da indurre il presidente Spielberg ad annunciare il massimo premio “eccezionalmente a tre persone per lo stesso film”, appunto il regista e le sue attrici, Adele Exarchopoulos e Lea Seydoux. “Perché – ha successivamente aggiunto il regista americano – “bastava sbagliare il cast per un soffio e il film avrebbe ceduto”.

Grande apertura mentale da parte del papà di E.T. che non si è curato affatto delle censure in cui “La vie d’Adèle” potrebbe incappare nelle sale, specie nel suo Paese. “Questo film è una grande storia d’amore, e per noi – come spettatori – è un privilegio vederla nascere e tramontare, assisterla in ogni dettaglio. Come giurati siamo rimasti stregati da queste attrici formidabili, e il fatto che negli Stati Uniti potrebbe essere censurato non poteva né doveva diventare un criterio del nostro giudizio. Al contrario, spero che questa pellicola possa esser vista ovunque e se uscisse nel mio Paese che abbia molto successo!”. Capolavoro indiscusso di arte cinematografica, “La vie d’Adèle” non sarà trascurato nel sempre spinoso dibattito sui matrimoni tra omosessuali, specie nell’inquieta Francia dove oggi gli opposiotori alla legge che permette le nozze e le adozioni da parte delle coppie gay sono scesi di nuovo in piazza scatenando disordini con la polizia. E dove lo scrittore e attivista anti-gay Antoine Lerougetel si è suicidato sparandosi in bocca sull’altare di Notre-Dame. Per Kechiche si tratta della prima volta sulla Croisette, mentre è stato più volte alla Mostra veneziana dove nel 2007 con “Couscous” vinse il Gran premio della Giuria in parità. Io non sono qui di Todd Haynes.

Celebrati come meritavano per l’ammirevole squadra concorrente, nei “suoi” States Spielberg ha inviato due riconoscimenti importanti: il Gran prix a Ethan&Joel Coen per “Inside Llewyn Davis” e il premio per l’interprete maschile all’inossidabile Bruce Dern in “Nebraska” di Alexander Payne.

I più prolifici fratelli registi d’America sono autentici abituèe di Cannes dove hanno accumulato tre premi alla regia (nel 1991 per “Barton Fink” – anche Palma d’oro e miglior attore – nel 1996 per “Fargo” e nel 2001 per “Fratello dove sei“?) e un Premio della Giuria nel 2004 con “Ladykillers“. Per loro ha ritirato il premio il bravo protagonista Oscar Isaac, alla cui impressionante perfomance si deve buona dose della riuscita del film. Bruce Dern, da parte sua, ha all’opposto affidato al regista Payne il ritiro del riconoscimento. Entrambi i film come pure il vincitore della Palma d’oro usciranno in Italia per Lucky Red.

Ad esclusione del premio per la regia, andato al messicano Amat Escalante per il film “Heli” (uno dei più deludenti del concorso), il resto del palmares è volato in Asia, grande protagonista di Cannes 2013. Alla Cina operaia e contraddittoria di Jia Zhangke (“A touch of sin”) è andato il premio alla sceneggiatura, al Giappone domestico e commovente di Hirokazu Kore-Eda (una toccante storia di scambio di bambini tra due famiglie) il Prix du jury, mentre in Singapore è finita la Camera d’Or per il film “Ilo ilo” di Anthony Chen presentato alla Quinzaine des realisateurs.

Parzialmente asiatico è anche il premio alla miglior interpretazione femminile, attribuito all’attrice francese Bérènice Bejo (l’indimenticabile eroina “muta” di “The artist”) per “Le passè” diretto dal regista iraniano Asghar Farhadi, già premio Oscar e Orso d’oro per “Una separazione”.

Il bilancio dei premi è lo specchio del meraviglioso concorso che Thierry Fremaux ha quest’anno messo in campo: se la Palma d’oro, il Gran Prix e il Prix du Jury come il premio all’attore e alla sceneggiatura sono perfetti, qualche perplessità resta solo nel riconoscimento alla Bejo (Emmanuelle Seigner per “Venus in Fur” del marito Polanski meritava assai di più) e soprattutto ad Escalante per la regia. Un premio che avrebbe sonoramente meritato, invece, il nostro Paolo Sorrentino per “La grande bellezza”, film escluso (ingiustamente) dal palmares ma apprezzatissimo da popolo e stampa in questa piovosa Cannes 2013.