“La globalizzazione ha cambiato l’ordine economico del mondo. L’Europa non potrà competere in questo nuovo ambiente a meno che non diventi più innovativa”. Questo dice un recente rapporto della Commissione Europea, che vede nel trasferimento di nuove tecnologie e conoscenze dall’università all’impresa la chiave per uscire dalla crisi. L’Italia, ferma ad un modello industriale a bassa intensità tecnologica, rischia invece di deragliare ulteriormente. La ragione? Ce la spiega Andrea Alunni, seed investment manager di Isis Innovation, la societa’ dell’Università di Oxford che assiste i ricercatori a commercializzare i brevetti e creare nuove imprese ‘spin-outs’, nate dalla ricerca del polo universitario di Oxford, UK. Alunni anticipa al Fatto quello che spiegherà nel corso di un convegno sul trasferimento tecnologico organizzato dalla European House – Ambrosetti, domani e il 25 Maggio.

Di cosa tratta il convegno?

Del rilancio dell’innovazione in Italia come primo motore di crescita economica. Il convegno è una mosca bianca nel panorama del quasi inesistente dibattito italiano sul trasferimento tecnologico, cioè quello di mettere la commercializzazione della ricerca al centro dello sviluppo economico. In linea con quanto dice l’Europa. 

L’Italia cosa fa?

Secondo il rapporto EU, gli scienziati italiani, nonostante i tagli alla ricerca, producono molte idee nuove, in linea con i colleghi britannici, olandesi, tedeschi. Ma queste idee non sempre raggiungono le aziende perché mancano dei fondi strategici e perché  il processo stesso di trasferimento tecnologico è quasi inesistente. Questo processo, che in media dura 5, 7 anni, prevede prima di tutto la brevettazione delle idee dei ricercatori, poi lo sviluppo dei prototipi da presentare alle aziende, che – se interessate –  prendono in licenza il brevetto per poi metterlo in produzione. Mentre all’estero il meccanismo è coordinato in maniera efficace dalle università, in Italia lasciamo che sia solo spontaneo. Cioè è di solito il singolo ricercatore che va in giro a titolo personale a cercare investitori, o aspetta che qualche azienda lo contatti. Così il rischio di un nulla di fatto è troppo alto. 

Cosa dovrebbe fare invece il ricercatore? 

Deve solo occuparsi di ricerca. Alla commercializzazione devono pensarci figure specializzate nelle università che, come in Inghilterra, coordinano il processo a livello locale e nazionale. Il ricercatore deve sapere che nella sua università c’è una sede dove andare a presentare l’idea, che poi verrà brevettata e venduta alle aziende. Deve anche sapere che parte dei proventi andranno nelle sue tasche e in quelle della sua università, che così può generare parte dei fondi da sola. 

Qual è precisamente il suo lavoro ad Oxford?

Io gestisco i fondi ‘proof of concepts’ per realizzare, a partire delle idee dei ricercatori, prototipi che verranno messi a punto nei laboratori di Oxford. Si tratta di cifre piccole, sui 60mila euro a progetto, ma sono di un importanza capitale per attrarre gli investitori. Mi occupo inoltre una rete di Business Angels, cioè di investitori interessati alle idee dei ricercatori, altra cosa che in Italia non sembra esserci, come non sembrano esserci i fondi proof of concepts. Poi ho un gruppo di 15-20 progetti di aziende che nascono dai brevetti universitari per i quali è necessario trovare finanziamenti. Ma credo che una figura professionale equivalente alla mia non esista nel panorama universitario italiano. Proprio perché manca questa visione. 

In Italia avevamo un’agenzia governativa per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, soppressa dal governo Monti. Cosa faceva?

Bisognerebbe chiederlo a loro. Io non li ho mai incontrati nelle conferenze a cui partecipo. Ma sopprimere un’istituzione già esistente in un settore strategico come l’innovazione è di per sé una sconfitta.

Secondo Almalaurea, in Italia i manager d’azienda sono ultra-sessantenni e solo uno su dieci ha laurea. Come commenta questo dato?

E’ un problema grave. L’imprenditore se vuole crescere deve assolutamente capire che deve costruire il substrato su cui l’innovazione si può innestare e prosperare. Finche l’Italia non assumerà phd e laureati in massa, non sarà nella posizione di assorbire innovazione e quindi produrre massa critica di beni ad alta intensità tecnologica come richiede il mercato. Il rischio è che il resto del mondo punti sull’innovazione e faccia uscire le statiche aziende italiane dal mercato. Oxford, per esempio, vende brevetti a tutto il mondo. Ma io non ricordo aver mai ricevuto una sola richiesta da un’azienda italiana. E’ un peccato, perché l’Italia avrebbe proprio il substrato adatto per diventare leader mondiale dell’innovazione.

In che senso?

Il processo di Technology Transfer funziona bene con le piccole e medie imprese. In Italia ci sono tre volte il numero di piccole aziende che nel Regno Unito, quindi abbiamo, potenzialmente, una capacità ricettiva sostanziale di nuove tecnologia. Quello che serve, è inserire nelle imprese delle figure competenti in grado di capire, attrarre e gestire la tecnologia nuova all’interno dell’azienda stessa. Il sistema, poi, porta le aziende a competere con le grandi multinazionali. Questo genera un indotto esponenziale e molto entusiasmo. Attrae talenti e investitori, porta profitto. E’ un processo che una volta partito si autoalimenta.

Economisti come Luigi Zingales sostengono che l’Italia farebbe meglio a puntare sul turismo invece che su industria ad alta intensità tecnologica. Che ne pensa?

Frasi del genere rientrano in quadro in cui si vuole che l’Italia ricopra un ruolo minore nel mondo. Se noi invece ci diamo un visione politica, possiamo essere altamente competitivi. Abbiamo le idee, che però ora lasciamo brevettare agli altri. Abbiamo le aziende giuste, se solo si dotassero di laureati e phd. Servono senz’altro i fondi proof of concept prima menzionati, che in Italia ancora non sembrano esistere. Ma se paesi molto più giovani come Corea del Sud, Vietnam, Estonia sono riusciti a diventare competitivi a livello mondiale, perché non dovrebbe riuscirci l’Italia? E’ solo una questione di volontà politica. 

di Laura Margottini