Jerry Lewis & Bruce Dern. Lea Seydoux & Adele Exarchopoulos. Vecchie glorie e giovani promesse che lo diventeranno. Oggi riunite indistintamente nel segno di un cinema maiuscolo, in una delle sue migliori giornate del 66° Cannes.

Di scena due film straordinari e un personaggio indimenticabile. È lui – Jerry “picchiatello” Lewis – a 87 anni e 60 di carriera a sferzare battute da evergreen sul vizio di prendersi sul serio. “Cosa ricorda del suo rapporto con Dean Martin?” “Ragazzi, lo sapete vero che Dean Martin è morto?!”. Ovazioni per l’ultimo giullare della storia del cinema, protagonista sulla Croisette di un omaggio a lui dedicato (il film fuori concorso Max Rose, dove interpreta un vecchio pianista). Gladiatore della risata, Lewis ricorda al mondo che servono i film “sui vecchi dimenticati”. Inconsapevole riferimento a uno dei migliori titoli concorrenti, Nebraska di Alexander Payne, natìo di quello spaccato di terra americana saporosa di provincialità, e da anni vate di road movies popolati da un’umanità sempre ai margini, da Sideways a A proposito di Schmidt. Il conterraneo del Boss non ha usato sue canzoni per accompagnare i magnifico “vecchio” Bruce Dern nell’illusione di un’isola del tesoro architettata dal marketing. “Hai vinto 1 milione di dollari” dice il volantino ricevuto per posta. E lui, coriaceo d’antica fiducia nel mondo, ci crede, resistendo ai tentativi di moglie e figli che di una bufala commerciale si tratta. Dal Montana parte col figlio David per Lincoln – appunto nel Nebraska da dove proviene – dove l’attende la dea bendata. Ma la realtà non solo delude, si colora di fratelli coltelli, nipoti vampiri, cognate diaboliche: a ciascuno la sua parte, siamo una famiglia! Finché all’addetta della società editoriale di cui la pubblicità David sussurra a giustifica del candore paterno: “Mio padre è un tipo che crede in ciò che gli è detto”. “Che brutta cosa!”, replica la sciagurata esplicitando il senso centrale del film: oggi chi ha fiducia negli altri è un loser, punto e stop. La regola è diffidare del prossimo. Ed ecco che a sfondo del magnifico bianco&nero di cui si colora il film su questa straordinaria fetta d’umanità che siamo tutti noi, pare di sentire le note assenti di Bruce Springsteen, l’altro vate dei marginali, poveracci solamente ricchi di grandi Sogni e depositari della Memoria dei padri d’America, dai Presidenti scolpiti sul Rushmore agli sconosciuti sepolti in un cimitero di provincia.

Un film struggente quello di Payne, che ben duetta con una pellicola forse ancor più universale in quanto racconto di un’immensa, commovente, provocatoria storia d’amore. La vie d’Adèle del franco-tunisino Abdellatif Kechiche è opposto e uguale all’Amour trionfante di Michael Haneke lo scorso anno proprio qui a Cannes. Chissenefrega se Adèle & Emma sono lesbiche, siamo anni luce dal cinema di denuncia sociale: il loro sentimento vive di purezza estrema, dentro all’affresco di un romanzo di formazione che ci tocca tutti da vicino. Ispirato al graphic novel Le bleu est une coleur chaude (Il blu è un colore caldo) si concentra in pedinante primissimo piano sulla 15enne Adèle (la giovane promessa Adèle Exarchopoulos, forte candidata al premio per l’attrice) e sul suo cammino d’emancipazione verso se stessa e il mondo. S’innamora di Emma dai capelli blu, un’artista già consapevole di sé. L’attrazione sessuale tra loro sfugge ad ogni controllo, e non c’è censura che tenga, vederle nude a far l’amore è solo poesia per gli occhi di chiunque. Ma nulla è eterno, e nel momento del distacco lo spettatore è posto davanti a un dramma “verité” di rara capacità empatica. Kechiche fa vivere e risiedere le sue amanti (trovate e perdute) nel cuore dello spettatore, un talento strepitoso.

Ed è qui che “vecchi e giovani” diventano una cosa sola: nei sentimenti. Entrambi i film si candidano ad alti premi, accanto ad un manipolo di pellicole che – come si è visto – giganteggiano nel territorio più fragile, il racconto dell’umano. Quando il cinema si fa così grande la vita diventa più bella, a prescindere.