Cambiano gli uomini, cambiano i gruppi parlamentari e cambiano, naturalmente, i firmatari dei disegni di legge ma metodi ed obiettivi restano sempre gli stessi specie se si tratta di mettere un bavaglio all’informazione online.

Le disposizioni della vecchia legge sulla stampa datata 1948, scritta di loro pugno dai padri costituenti si applicano a tutti “i siti internet aventi natura editoriale” ovvero, in assenza di qualsivoglia disposizione che circoscriva l’ampiezza della definizione, a tutti i siti internet attraverso i quali sono diffusi contenuti informativi o opinioni ovvero, con una certa approssimazione, a tutti i siti internet.

La disposizione che rimbalza e carambola in Parlamento ormai da quasi un lustro salta fuori, questa volta, in un disegno di legge presentato dall’On. Pino Pisicchio del Gruppo Misto, un disegno di legge dal volto buono perché si propone, tra l’altro, di eliminare la pena detentiva per la diffamazione ma dal contenuto liberticida almeno per l’informazione che corre sul web.

Un pugno di caratteri, poco più di cento, spazi inclusi che, tuttavia, minacciano – poco importa se per ignoranza della materia o consapevole volontà politica di controllare la Rete – di mettere l’ennesimo cerotto dei milioni di italiani che, anche se lentamente, iniziano a scoprire che Internet può rappresentare uno straordinario strumento di informazione e di manifestazione delle proprie idee ed opinioni.

“Ammazza-blog” o “ammazza-internet” sono i nomi che media ed addetti ai lavori hanno già dato una dozzina di volte alla disposizione che, ora, l’on. Pino Pisicchio, ripropone sia approvata dal Parlamento italiano.

Ci vuole poco a capire il perché di un nome in codice tanto apocalittico, tanto poco che stupisce, sorprende e dispiace che decine di deputati e senatori, da anni, non lo capiscano o fingano di non capirlo.

Non esiste nel nostro Ordinamento una disposizione che stabilisca cosa debba intendersi per “sito internet di natura editoriale” e l’unica norma che lambisce l’argomento ovvero quella sull’editoria, stabilisce che per “prodotto editoriale” – categoria nella quale rientrano anche i siti internet – “si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici”.

A tutti i siti internet – o quasi – quindi può essere attribuita “natura editoriale” con l’ovvia conseguenza che se, a forza di provarci e riprovarci, il Parlamento riuscisse ad approvare la famigerata disposizione “ammazza-internet”, tutte le disposizioni contenute nella preistorica legge sulla stampa diverrebbero applicabili, il giorno dopo, a chiunque diffonda informazioni ed opinioni online.

Le conseguenze sarebbero devastanti in termini democratici.

Non solo, infatti, chiunque gestisce un sito internet finirebbe con l’essere soggetto al famoso obbligo di rettifica entro 48 ore, a pena, di una sanzione di diverse migliaia di euro ma ogni blogger e gestore di sito internet si ritroverebbe costretto – come appunto prevede la legge sulla stampa – alla registrazione della propria “testata” in tribunale e a nominare un direttore responsabile, giornalista salvo eccezioni.

Senza contare l’automatico – o quasi – irrigidimento delle responsabilità dei gestori di blog e siti internet oltre che per i propri contenuti, per i commenti di utenti e lettori.

Lo scenario che si aprirebbe in caso di approvazione della legge è democraticamente apocalittico perché ci si ritroverebbe costretti a rinunciare – prima ancora di averne iniziato a sfruttare integralmente le potenzialità – al più straordinario mezzo di attuazione della libertà di manifestazione del pensiero della storia dell’umanità.

Che ci sia ignoranza, malafede o confusione dietro a quest’ultimo tentativo di imbavagliare l’informazione sul web italiano, occorre fermarlo prima che sia troppo tardi.