Adesso sappiamo che Ilva produceva, inquinava e ammazzava, non solo nell’inerzia del ministero dell’Ambiente; ma anche per via dei rapporti illeciti con la politica locale, gli arrestati presidente della Provincia Gianni Florido ed ex assessore all’ambiente Michele Conserva, entrambi del Pd. Fra qualche tempo sapremo se mazzette e autorizzazioni prezzolate ci sono state anche a livello nazionale.

Che Ilva continui a inquinare e ammazzare legalmente per via di una legge voluta da Clini e Monti è cosa nota a tutti: ottenuta l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia), Ilva ha potuto continuare a produrre nelle stesse condizioni che avevano portato al sequestro degli impianti. Questo perché l’Aia, di per sé, non ha eliminato l’inquinamento; si è limitata a prescrivere una serie di interventi che dovrebbero essere completati entro la fine del 2014 (sarà un miracolo se li completeranno – ammesso che vogliano farlo e che trovino i soldi – nel 2017); nel frattempo, respirate il meno possibile e, se potete, andate a vivere da qualche altra parte.

Il sindaco di Bari, Emiliano (Pd), ha espresso con chiarezza un dilemma che gli eredi di Gramsci, Togliatti e Berlinguer avrebbero dovuto risolvere da subito con sdegno: “Per mancanza di indirizzo politico non si capisce se dobbiamo andare fino in fondo senza guardare in faccia a nessuno o se bisogna trovare un punto di equilibrio sulla ragione di Stato, cioè sul fatto che non ci possiamo permettere di chiudere l’Ilva senza trovare un’alternativa occupazionale”. Il che riecheggia sinistramente le parole di Mussolini, quando giustificava l’entrata in guerra con le poche centinaia di morti (per Ilva si contano a migliaia) che gli avrebbero permesso di sedersi da vincitore al tavolo della pace.

E tuttavia, se i termini della questione fossero questi, si potrebbe anche giustificare la cinica realpolitik del Pd. Ma il punto è che la scelta in favore della continuità produttiva non è stata dolorosamente adottata per un superiore interesse collettivo; ma a seguito delle care, vecchie, appetitose mazzette. Ilva necessita di una discarica per smaltire, all’interno dello stabilimento, rifiuti industriali e polveri; discarica che non può essere autorizzata (mancanza di requisiti tecnico-giuridici; fra un po’ sapremo quali). Così Archinà (il facilitatore alle dipendenze di Ilva), risolve il problema nel solito modo: pressioni e quattrini. Dice sempre Emiliano: “In questa vicenda è chiaro che è possibile che qualche soggetto politico che aveva il controllo dei controllori sia rimasto impigliato perché non è facile il ruolo del sindaco di Taranto, così come quello del presidente della Provincia di Taranto e del presidente della Regione”. È chiaro, vero? E allora perché il Pd non si è dato da fare per controllare meglio? I controllori erano persone sue; Ilva non era una fabbrichetta di quartiere: che ci fosse un mostruoso inquinamento lo sapevano tutti. La scelta tra inquinare e ammazzare ancora per qualche anno, ma con la prospettiva di salvare un polo produttivo di immenso valore per l’occupazione richiedeva quantomeno informazioni corrette. Prescrizioni e autorizzazioni sono sufficienti? Sono state ottenute legalmente? Non è che la malattia endemica della nazione, la corruzione, ha colpito anche lì? Se lo sa Emiliano che “è possibile che qualche soggetto politico sia rimasto impigliato”, com’è che i vertici del partito non ci hanno pensato? Magari perché Ilva era tra i finanziatori del Pd?

Ma poi: i vertici del Pd si occupano solo di alleanze, di ministri e sottosegretari, insomma di poltrone? Dei problemi reali, dei cittadini di un’intera Provincia, dei lavoratori di tutto il paese (Ilva ne coinvolge decine di migliaia), della scelta tra morte per inquinamento e morte per inedia, chi diavolo deve occuparsi? Quando il Pd ha chiesto il voto degli abitantidi Taranto avrà pur preso qualche impegno sul problema Il-va. Poi, dopo le elezioni, se n’è dimenticato?

E infine: Clini, l’iperattivo ministro dell’Ambiente, il protagonista dello scontro con la magistratura tarantina, l’uomo privo di dubbi che ha imposto la riapertura degli impianti, come diavolo ha rilasciato l’Aia? Quali accertamenti ha fatto? Qui c’era una discarica che non poteva essere autorizzata; e che era essenziale nel quadro complessivo dell’attività produttiva poiché vi dovevano essere stoccati rifiuti tossici e nocivi e polveri inquinanti. Nessun controllo, le autorizzazioni ci sono, tutto bene. Ma dove vive?

La domanda, per la verità, non è nuova. Clini è stato per anni direttore generale del ministero dell’Ambiente. Le decennali malefatte dei padroni di Ilva sono state sempre ignorate, le autorizzazioni concesse, gli interventi omessi. Ma lui non ne ha mai saputo niente. “Mi occupavo di altro”, ha reiteratamente risposto a chi gli chiedeva come mai Ilva aveva potuto fare quello che voleva, in spregio della legge e delle sentenze di condanna che pure c’erano state. Di altro che? In realtà, tra il 1991 e il 2000, è stato direttore generale del Servizio prevenzione dell’inquinamento atmosferico e acustico nelle industrie, pubblicando perfino un rapporto sulle 18 aree a rischio di incidente rilevate in Italia. E, in quel periodo Ilva c’era, inquinava e ammazzava. Proprio come adesso. Sarebbe interessante sapere se, tra quelle 18 aree, Il-va compariva; e anche se Clini inviò alle competenti Procure della Repubblica uno straccio di denuncia: sapete, qui ci sono 18 aziende (magari di più) che inquinano, tanto che, secondo me, c’è un rischio ambientale; fate qualcosa.

 

il Fatto Quotidiano, 16 maggio 2013