Ermitage Italia se ne va da Ferrara. E con lei la pretesa di grandeur di una città di provincia che sta ancora pagando i tentativi di riprendersi il lustro della corte estense, l’ultima era di grandeur seppellita da cinque secoli di semi anonimato. La notizia, nell’aria da mesi, è stata ufficializzata quasi en passant durante un question time in consiglio comunale. “L’attività è sospesa, la palazzina in corso Giovecca è inoccupata per non doverne sostenere costi e la fondazione si trasferirà molto probabilmente in un’altra città italiana (leggi Venezia, ndr) in grado, allo stato attuale, di ospitarla”.

Tutto qui. Il sogno infranto non ha nemmeno bisogno di annunci ufficiali. L’assessore competente, Massimo Maisto, in quel momento si trovava a Firenze per altro impegno istituzionale. “Non c’è nulla di nuovo – ha alzato le spalle  – se non la conferma di quanto abbiamo detto da diverso tempo: non siamo in grado di finanziare l’attività della fondazione. Abbiamo aspettato un certo periodo per capire se c’era la possibilità di finanziamenti nazionali, ma dopo il sisma sono cambiate le priorità, e i fondi che chiediamo sono destinati alla ricostruzione del nostro patrimonio artistico e alla riapertura dei musei. La palazzina che ospitava la fondazione è già chiusa da diverso tempo”.

Ora insieme alla Fondazione Ermitage se ne vanno anche i due milioni di euro spesi in quella che alla fine dei conti resterà come solo una gigantesca operazione di immagine. Costata, a spanne, 300 mila euro all’anno dal 2007 ad oggi senza contare le spese di rappresentanza, i viaggi in Russia e i costi per le sedi ufficiale (il Castello estense) e operativa (la rinascimentale Palazzina Giglioli), dove lavorava stabilmente personale (dipendenti e collaboratori) dalla Provincia. Al tempo l’operazione venne appoggiata da Provincia, Comune, Regione , Fondazione e Cassa di Risparmio di Ferrara, Confindustria, Direzione Regionale per i Beni Artistici, Opificio delle Pietre Dure di Firenze e Università. Poi, pian piano, tutti si defilarono, lasciando come unica fonte di sostentamento i 250mila annui assicurati dal ministero.

E in questi sei anni l’unica mostra prodotta, un successo da 70mila visitatori, fu quella del Garofalo tra aprile e luglio del 2008 (tra l’altro, ironia della sorte, pittore ferrarese). Per il resto convegni per esperti, pubblicazione di cataloghi e ricerche per i borsisti italiani e russi. Fino alla beffa finale.

Era il 19 ottobre del 2007 quando arrivò in pompa magna il presidente della Repubblica in persona a inaugurare Ermitage Italia. “Un’apertura che conferma il respiro internazionale di Ferrara e il suo ruolo privilegiato nella cultura europea” pontificò per l’occasione Napolitano. Prima di lui, quando la piccola Ferrara gioiva per l’impresa di aver strappato la preziosa collaborazione con San Pietroburgo ad altre città d’arte ben più famose (Mantova, Cremona e soprattutto Venezia e Torino), già Prodi e Putin – nel marzo dello stesso anno – durante un vertice italo-russo tenutosi a Bari, firmando ufficialmente il protocollo d’intesa si strinsero la mano per coronare quella colossale operazione che, nelle intenzioni dell’atto costitutivo, doveva “favorire la conoscenza e la conservazione del patrimonio culturale mondiale”.

E con loro si congratulavano l’allora presidente del gruppo parlamentare dell’Ulivo Dario Franceschini, che assicurava “il sostegno delle istituzioni del Paese alla straordinaria iniziativa” e  il vicepremier e ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli, che strizzava l’occhio a un “giusto riconoscimento ad una città che ha molto accresciuto la sua capacità di valorizzare il suo patrimonio storico artistico”.

Ma il patrimonio artistico di Ferrara è rimasto tale e quale, con qualche defiance post terremoto, mentre quello sampietroburghese non si è mai spostato dalle rive della Neva per lasciarsi ammirare in terra emiliana. Ferrara come le altre città nel mondo che ospitano sedi del più grande museo del mondo,Las Vegas, Londra, Amsterdam e Kazan? Niente di tutto questo, la cavalcata della troika ferrarese, per scomodare una metafora dei Fratelli Karamazov, si è persa nella steppa.