Il tuo capo vota Grillo. Il muro che separa operai e imprenditori, Germano Emendatori lo ha distrutto il giorno prima delle elezioni politiche, quando sul maxischermo della sua fabbrica ha proiettato una scritta in grassetto nero: “Io voto Movimento 5 Stelle“. Anni di battaglie, scioperi e proteste di fabbrica sciolti in pochi minuti, discutendo di politica alla mensa della fabbrica Mec3 di San Clemente a Rimini. Emendatori è nato cameriere ed è diventato imprenditore, ora produce ingredienti per gelati. Il suo stabilimento l’ha voluto giallo, verde e blu. Una musica all’ingresso suona il benvenuto. Sorrisi e facce distese, nessun sindacato all’interno perché un giorno ha detto: “Scegliete o me o loro”.

Alla Mec3 lavorano 300 operai, e oltre la metà ha votato il Movimento di Beppe Grillo. Con il padrone, quello da temere e maledire, si trovano a parlare dell’Italia nelle pause pranzo, dicono che “li vogliono tutti a casa” e desiderano avere, finalmente “cambiamenti concreti”. E’ la Romagna rossa, terra di comunisti prima, di Partito Democratico poi. Abbandonare il partito qui non si fa a cuor leggero. Lo racconta Germano Emendatori: “Lo sanno tutti che io ho votato 5 Stelle. Da noi è così, siamo una grande famiglia e parliamo liberamente”. Gli operai, l’imprenditore li conosce quasi per nome: “Discutiamo spesso di politica e so che moltissimi di loro sono per il Movimento. Li capisco. Io sono sempre stato di cultura del centro sinistra, credo che il voto sia un dovere civico oltre che un diritto. Ho anche partecipato alle primarie e ho scelto Bersani per due volte”. Poi la decisione di passare ai 5 Stelle. “Io non ho votato Grillo perché mi è simpatico, ma perché mi ha promesso cose concrete che mi hanno entusiasmato”.

Ad attirare Emendatori la proposta del limite dei due mandati, i tagli ai costi della politica e il fatto che l’ex comico abbia chiesto di incontrare gli imprenditori per sentire i loro bisogni. Il voto però non resta così scontato: “Se ci fossero le elezioni domani, non credo rifarei questa scelta, non possono dire di no a tutto. A questo punto la soluzione potrebbe essere Matteo Renzi. Il Movimento aveva il Pd per le mani e avrebbero potuto fargli fare poche e concrete azioni di cambiamento. Hanno commesso molti errori”.

Il Movimento 5 Stelle non è arrivato solo nelle fabbriche dell’Emilia Romagna, ma ha girato l’Italia produttiva tra chi sta bene e chi invece deve affrontare casse integrazioni e riduzioni del personale. Storie che si susseguono tutte uguali, da Milano a Verona, fino a Trieste. A Como, ad esempio, c’è lo stabilimento di Graziano Brenna, vicepresidente della Confindustria locale: ha votato Grillo. Così come i suoi operai, un centinaio. Di prima e seconda generazione, di padre in figlio, insieme a tanti altri. La crisi economica non ha risparmiato la sua Tintoria Portichetto e se proprio c’è da fare affidamento alla politica, almeno vorrebbe che si scegliessero amministratori coraggiosi. “Non sono pentito del mio voto al Movimento 5 Stelle, però io ora ammetto che guardo a Renzi. Se il Pd delle solite facce, i Bersani, D’Alema, Bindi lo affossano anche stavolta giuro che rivoto Grillo. E non se ne parli più”. E’ il monito. E garantisce che tanti la pensano così. La paura non è il rischio, per chi ogni giorno timbra il cartellino, ma lo stallo, che nulla cambi in un’Italia votata all’immobilismo. Non sono gli imprenditori a temere le rivoluzioni, loro che sono investitori che vivono di salti nel vuoto nella speranza che qualcosa possa cambiare. E se non lo fanno i politici di professione, allora avanti il prossimo e spazio ai cittadini a 5 Stelle. C’è sempre la divisione classe operaia e padroni, solo, dicono, hanno voglia di guardare al futuro.

Ad analizzare il fenomeno è il politologo Roberto D’Alimonte, citando dati Ipsos: per il M5S hanno votato un operaio su tre (il 29% contro il 20% che ha optato per il Pd e il 24% per Pdl) e un imprenditore su quattro, risultando il partito più scelto dai “padroni” con 8 punti di differenza rispetto al Pdl. In altre parole lo tsunami è entrato in fabbrica. In due giorni il M5S ha raccolto anche lì quello che la politica ha seminato per decenni: dosi industriali di antipolitica e rabbia che vanno dall’ufficio del padrone in Mercedes al macchinario del salariato con la Punto di terza mano. Due categorie ontologicamente e storicamente lontane, due status tradizionalmente contrapposti, che si sono uniti nell’urna come un blocco sociale solo. Anche nei feudi del forza-leghismo. Lo si capisce confrontando i flussi del 2008 e del 2013. “Al Nord è chiaro che la Lega ha ceduto tantissimo a Grillo: il 46% a Monza, a Treviso addirittura il 50%. In pratica un voto su due. A Pavia il 26, Milano il 22, a Varese il 21. E chi sono questi elettori se non i piccoli e medi imprenditori e i loro operai?”.

Tanti sono passati dal rosso al giallo anche nella Torino ex operaia, alle carrozzerie Fiat di Mirafiori, simbolo delle battaglie politiche dei metalmeccanici, nelle innumerevoli fabbriche dell’indotto. Nelle “periferie dormitorio” degli stabilimenti Fiat il M5s viaggia di una mezza dozzina di punti percentuali sopra la media nazionale . E’ anche cresciuto trasversalmente in tutte le sigle, dai sindacati di base alla Fim-Cisl. Nelle fabbriche a due mesi dal voto si va per tastare gli umori e chiedere cosa è cambiato con l’elezione del Presidente della Repubblica e l’incarico a Enrico Letta di formare un governo. Rispondono convinti che il Movimento 5 Stelle è la strada giusta, e bisogna dare tempo anche a chi ci si aspetta debba fare rivoluzioni. “Non mi stupisce affatto”, spiega Giulio Sapelli, professore di economia all’università di Milano. “L’investimento emotivo che queste persone hanno fatto su Grillo è stato enorme. Hanno preso un ex comico, uno nuovo, che parla come loro e hanno lasciato che intercettasse la rabbia sociale che covava da decenni. L’effetto Grillo, anche in fabbrica, non si esaurirà certo in un mese o in un anno, i cambiamenti psicosociali sono lunghi e dall’altra parte la disgregazione delle vecchie culture politiche andrà avanti offrendo nuovi varchi ai cancelli”.

Così imprenditori fedeli alle promesse di Silvio Berlusconi, hanno fatto il più grande degli investimenti: scegliere il Movimento 5 Stelle. A Vicenza, il giorno dopo le elezioni c’è stato un pranzo. 200 coperti al ristorante pagati da Francesco Biason, presidente della metalmeccanica Bifrangi ed ex berlusconiano. Aveva promesso una cena a colleghi, operai e professionisti nel caso l’ex comico avesse superato il 20%. Un banchetto di nozze tra industria in crisi e anti-politica, dove l’operaio ha mangiato a fianco del capo festeggiando una speranza di politica migliore. “Non mi spiace affatto come si sta comportando il Movimento, anzi, sono pronto a rivotarlo al prossimo giro”, dice Biason oggi.

Il mondo produttivo italiano è la nuova terra di conquista per la Casaleggio&C che dopo le elezioni del febbraio 2013 ha inaugurato un vero e proprio imprendi-tour grillino, un corteggiamento discreto ma serrato al mondo produttivo. “Se muoiono le imprese”, ha detto Gianroberto Casaleggio a Torino, in un incontro pubblico con imprenditori, “muore tutto per noi. Le imprese sono il punto di partenza di ogni politica. Io vi capisco, perché anch’io ho una piccola attività a Ivrea e vivo gli stessi vostri problemi”. Un avvicinamento che parte dai padroni e arriva agli operai. Roberta Lombardi, portavoce alla Camera e un gruppo di deputati a fine aprile hanno incontrato il segretario della Fiom Maurizio Landini. Prove tecniche di un’amicizia appena cominciata. M5S nelle fabbriche tra imprenditori e operai non ha portato nulla di nuovo, solo una politica in vecchio stile che incontra le persone e promette soluzioni. “Noi siamo sempre stati qui, bastava venirci ad ascoltare”. 

di Martina Castigliani e Thomas Mackinson