Si scrive ecomostro e si legge cosa brutta, e inutile, da abbattere. Si pensa a un ecomostro e si vede un edificio abbandonato a picco sulla Costiera o sullo sfondo della Valle dei Templi. Né l’uno, né l’altro nel caso del Palazzone di Ligresti (così lo chiamano nel quartiere).  In pieno centro a Milano, 2.000 metri dal Duomo e 200 dal Palazzo della Regione, ecco l’ecomostro che non si può demolire. 
L’area Confalonieri-Castilla da sempre fa gola alla Milano dei palazzinari: vicino alla movida di corso Como ma anche ai centri di potere della Regione. Chi ha fiuto, gli affari li anticipa prima di metterli in tasca. E così nel 1989 viene stipulata la prima convenzione che converte quel giardino abbandonato in centro commerciale. Subito dopo inizia un’odissea giudiziaria che porta ben due volte in pochi anni il Consiglio di Stato a interessarsi della vicenda, da una parte la proprietà (la Im.co. della famiglia Ligresti) dall’altra i Comitati di residenti contrari alla cementificazione dell’area. Nel 2009 il gip Anna Maria Zamagni sequestra il cantiere rilevando “una offesa al territorio e all’equilibrio urbanistico insito nella ultimazione della costruzione”. Tolti i sigilli gli operai ritornano a lavoro fino a un nuovo provvedimento giudiziario, quello del Tribunale fallimentare che lo scorso 14 giugno dichiara fallita la società proprietaria, appunto la Im.co. 
E così si è passati dallo stop voluto dai continui ricorsi allo stop e basta. Intanto, però, i 14 piani svettano poderosi sul cielo di Milano.
I residenti sono arrabbiati. In molti hanno chiesto di salire sulla macchina del tempo e ritornare a 10 anni fa quando lì c’era un giardino. Battaglia al cemento, alla destinazione d’uso ma anche all’estetica di questo ecomostro che brutto lo è per davvero. Così come lo era l’albergo costruito per i Mondiali di calcio di Italia ’90 abbattuto sempre a Milano nel 2011.
Ma stavolta la storia è diversa. “E impossibile abbatterlo”, fanno sapere dal Comune, “la legge non lo permette”. Dunque l’unica strada da percorrere sarà quella del dialogo con il nuovo proprietario che si aggiudicherà l’asta fallimentare ed evitare che esso si aggiunga alla lista di ecomostri presenti nel nostro Paese che questo sito raccoglie.
In Italia non esiste un censimento di palazzi abbandonati (potenziali ecomostri). Questa desertificazione edilizia è accentuata dal crollo del mercato immobiliare; ecco perché i Comuni dovrebbero difendere a priori spazi pubblici e privati approvando solo progetti condivisi dai cittadini. A Milano così non è stato. E adesso questo mancato percorso lo stanno pagando i residenti e persino i finanziatori del progetto (le banche che avevano prestato i soldi ai Ligresti) costretti a svalutare l’area di ben 64 milioni di euro (il dato si evince dal bilancio 2012 di Fondiaria-Sai esposta nei confronti di Im.co. per 76,4 milioni di euro diventati 12,6 milioni dopo il fallimento).
L’ecomostro in centro a Milano: una speculazione fallita ma prevedibile. D’altronde si fatica a capire il senso di un parcheggio da 400 posti nell’area meglio collegata d’Italia: 3 linee metropolitane, il passante e una stazione ferroviaria. Così come appare irrazionale un nuovo grande magazzino alla luce della discussa riconversione in commerciale del Modam (uno spazio in origine culturale). 
In Comune c’è disponibilità a trovare un compromesso e ridiscutere la funzionalità dell’ecomostro trasformandolo magari in case a basso prezzo. Se il mercato immobiliare si riprenderà. E se il nuovo proprietario abbasserà la cresta.