Incassi per 244 milioni di euro in dieci anni senza pagare al fisco neppure un caffè. E’ l’impresa, per certi versi straordinaria, messa a segno da Starbucks Grecia, la controllata ellenica delle celebre catena statunitense di caffetterie. La denuncia arriva da Forologoumenos, associazione di contribuenti greci molto attenta a monitorare spese della pubblica amministrazione e irregolarità fiscali, che ha messo on line i bilanci di Marinopoulos Coffe company, la joint venture con cui Starbucks opera nel paese a partire dal 2003.

Negli ultimi 10 anni i 36 punti vendita della catena hanno incassato quasi 250 milioni di euro e generato un utile lordo, ossia prima del pagamento delle tasse, di 174 milioni. Peccato che poi, al momento di versare le tasse i profitti si trasformassero in perdite (53 milioni in 10 anni) e pertanto nulla fosse dovuto al fisco ellenico. I guadagni venivano infatti spostati nella capogruppo olandese a cui fanno capo tutte le attività di Starbucks in Europa, Africa e Medio Oriente. In Olanda la tassazione sui profitti d’impresa si ferma al 25% e una volta tassate le somme possono essere spostate in paradisi fiscali senza ulteriori prelievi. Tecnicamente sembra essere tutto legale anche se Forologoumenos avanza alcuni dubbi sull’eccessiva accondiscendenza da parte del fisco ellenico che non si sarebbe fatto troppe domande sulle audaci pratiche tributarie della multinazionale. A cominciare da quella più ovvia: perché tenere aperti 36 negozi perennemente in perdita? 

Per quanto in regola con il fisco Starbucks lo è, ovviamente, molto meno con l’etica. Come è ormai tristemente noto la Grecia sta attraversando una gravissima crisi non solo economica ma anche sociale ed umanitaria. Usare ogni sotterfugio, ai limiti della legalità, per incamerare profitti a scapito della collettività potrebbe avere quanto meno ricadute di immagine. Starbucks del resto non è nuova a questi giochi di prestigio fiscali, peraltro utilizzati anche se in modo meno spinto da molti altri colossi a stelle e strisce.

In Gran Bretagna la catena si è “pentita” ha dichiarato di aver pagato poche tasse cercando, lo scorso anno, un accordo con il fisco britannico.

Nel 2012 un’indagine dell’agenzia Reuters ha messo in evidenza come in 13 anni la società abbia pagato al fisco inglese appena 8,6 milioni di sterline a fronte di vendite per oltre 3 miliardi. Anche in questo caso tutto passa attraverso l’Olanda e la stessa tecnica sarebbe stata usata per i profitti ottenuti in Francia e Germania. Basti pensare che nel 2011 Starbucks affermava di aver ottenuto 40 milioni di profitti dalle sue attività europee sebbene le holding tedesche e francesi mettessero a bilancio perdite per 60 milioni. In Grecia questo dribbling degli obblighi fiscali ha prodotto il suo risultato più ‘spettacolare’. Nel posto e nel momento più sbagliati.