Ancora guai giudiziari per Greenpeace. Dopo la recente udienza a Milano per la vicenda della campagna di comunicazione contro Enel, la battaglia giudiziaria tra l’associazione ambientalista e il colosso dell’energia continua. Ad Adria, questa volta. Dove 30 attivisti attendono di essere giudicati per un’azione presso la centrale a olio combustibile di Porto Tolle, sul delta del Po. Una protesta “pacifica e non violenta”, dicono loro, che nel 2006 manifestarono per tre giorni consecutivi.

L’occupazione dell’impianto Enel fu provocata dalla decisione della compagnia elettrica di convertirlo a carbone, fonte di energia considerata dagli ambientalisti particolarmente nociva sia per l’ambiente che per la salute. Per mostrare la dimensione nazionale del problema, oggi Greenpeace diffonderà una mappa con tutti i contenziosi giudiziari riguardanti la sua campagna contro il carbone: una decina di cause in tutta Italia, riassunte in un’infografica che ilfattoquotidiano.it propone qui in anteprima.

Uno degli impianti termoelettrici più grandi d’Europa, capace di generare quasi il 10% del fabbisogno italiano di energia elettrica, è la centrale di Porto Tolle, in provincia di Rovigo. Di proprietà dell’Enel, l’impianto è stato per anni oggetto delle proteste degli ambientalisti non solo per il progetto di conversione da olio combustibile a carbone, ma anche per il fatto che quella centrale era stata mantenuta senza controlli ambientali per oltre 20 anni. Irregolarità che, in effetti, portò i vertici Enel e i dirigenti della centrale a essere condannati con sentenza definitiva, tra l’altro, per emissioni moleste e violazione delle norme anti inquinamento.

Come dimostra la mappa, però, la grande centrale veneta (2.640 MW di potenza nominale totale) è solo “un tassello di un mosaico molto più ampio”. Secondo Andrea Boraschi, responsabile Campagna Energia e Clima di Greenpeace, sia a livello di inquinamento, che di costi, che di rischi legati alla salute (e conseguenti tassi di mortalità), il problema del carbone ha contorni che vanno ben oltre le dimensioni territoriali, ed è ben più grave dei contenziosi giudiziari in cui è coinvolta l’associazione. “Porto Tolle è un punto di emissione che, in realtà, insiste su tutta la Pianura Padana, già di per sé una delle aree in Europa con la peggiore qualità dell’aria”, fa presente Boraschi: “Quello degli impianti a carbone, quindi, non deve essere assunto come la sommatoria di diverse vertenze territoriali, ma come un problema nazionale. Anche perché l’inquinamento di queste centrali raggiunge luoghi a centinaia di chilometri rispetto a dove sono collocate”.

Nel processo di oggi, gli attivisti sono imputati per interruzione di pubblico servizio, “anche se la centrale – ribattono – al momento della protesta non era né a norma, né operativa”. C’è poi l’accusa di danneggiamenti, quelli causati dalla scritta a vernice “No al carbone” sulla ciminiera. Fra gli imputati anche Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, per il quale “il processo di oggi è solo una dei molteplici appuntamenti giudiziari di Greenpeace con Enel”, costituitasi parte civile contro l’associazione. “Il progetto di Porto Tolle è ancora oggi in fase di valutazione – ricorda Onufrio -. Ben due leggi ad hoc, una nazionale e una regionale, ne hanno permesso la sopravvivenza nonostante la bocciatura venuta dal Consiglio di Stato nel 2011”. Ma il problema più grosso, sottolinea il direttore di Greenpeace, è l’ostinazione di Enel nell’investire sugli impianti termoelettrici a carbone, principale fonte di emissione di CO2 a livello globale e generatori di enormi costi e danni alla salute: “Una conversione a carbone della centrale di Porto Tolle determinerebbe emissioni di CO2 pari a 10 milioni di tonnellate l’anno e causerebbe, su base annua, danni economici fino a 234 milioni di euro e una mortalità prematura stimata in 85 casi”. Numeri importanti, che spingono Greenpeace a ribadire le sue richieste per una improrogabile rivoluzione energetica: “Dimezzare l’uso del carbone entro il 2020 e azzerarlo entro il 2030”.