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No alla tagliola sul ddl Caccia. Chi uccide un animale non è un ‘bioregolatore’

L’esame degli emendamenti in Commissione è in corso in questi giorni: depositato un milione di proposte di revisione M5s. Il rischio è che si bypassi la discussione
No alla tagliola sul ddl Caccia. Chi uccide un animale non è un ‘bioregolatore’
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Ci sono temi sui quali possiamo discutere per ore. E poi ce ne sono altri che ci mettono davanti a una domanda più profonda: quanto vale per noi una vita? Possiamo decidere liberamente di uccidere un animale?

La caccia è una questione complessa, che coinvolge tradizioni, agricoltura e interessi diversi. Ma riguarda soprattutto esseri viventi, animali che non possono difendersi e che non hanno voce.

Il disegno di legge sulla caccia, approvato dal Senato lo scorso giugno, è attualmente all’esame della Commissione agricoltura della Camera. La maggioranza ha previsto l’approdo in Aula a novembre, mentre l’esame degli emendamenti in Commissione è in corso in questi giorni. Il rischio, denunciato dalle opposizioni e dalle associazioni, è che si ricorra alla cosiddetta tagliola, facendo decadere gli emendamenti e bypassando di fatto il completamento della discussione in Commissione. Un azzardo, sicuramente: una materia che riguarda la fauna selvatica, la biodiversità e gli ecosistemi dovrebbe essere al centro di un ampio confronto politico.

Il Movimento 5 Stelle ha scelto una strada di forte ostruzionismo, depositando un milione di emendamenti. Alessandro Caramiello, capogruppo M5S in Commissione agricoltura, ha spiegato questa scelta come il tentativo di contrastare una riforma che il Movimento considera dannosa per gli animali e per il patrimonio naturale. Secondo Caramiello si tratta di un provvedimento che non può essere approvato in quanto il cacciatore non è un bioregolatore, i 500 mila cacciatori rimasti in Italia non possono decidere, 3 italiani su 4 sono contro la caccia.

Il Vicepresidente della Camera Sergio Costa, da anni impegnato nella tutela ambientale, nel contrasto ai reati contro l’ambiente e al bracconaggio, contesta il principio stesso su cui, a suo giudizio, si fonda la riforma: l’idea che il prelievo venatorio possa diventare uno strumento per tutelare la biodiversità.

Costa richiama l’articolo 9 della Costituzione che tutela espressamente ambiente, biodiversità ed ecosistemi e critica il ridimensionamento del ruolo della scienza e di ISPRA, i cui pareri verrebbero considerati consultivi anziché vincolanti. La sua posizione è netta: “la tutela non si esercita uccidendo”. E mette in guardia anche sul rischio di un indebolimento delle norme contro il bracconaggio e di un arretramento delle tutele per la fauna selvatica.

Un animale selvatico non è soltanto una specie da amministrare ma una creatura che vive, si muove, si riproduce, protegge i propri piccoli. Non trasformiamo allora la natura solo in una materia da regolamentare. Una legge si può cambiare, ma un animale ucciso non può tornare in vita.

È da questa straziante consapevolezza che dovrebbe nascere un limite, quello oltre il quale non dovremmo mai permetterci di andare.

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