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Una spigola a Palermo da venti euro e una domanda a Meloni sull’energia

Il mio acquisto al mercato racconta qualcosa di molto più grande. Perché tra Porticello e il mio piatto corre un filo invisibile che si chiama energia
Una spigola a Palermo da venti euro e una domanda a Meloni sull’energia
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Stamattina a Palermo ho comprato una spigola. Ottocento grammi, venti euro. Venticinque euro al chilo. La cosa interessante, però, non è quanto l’ho pagata. È che non so esattamente cosa abbia pagato. Nella pescheria di via Belgio a Palermo non avevo davanti un’etichetta che mi dicesse se quella spigola fosse pescata o allevata, dove fosse stata catturata, con quale attrezzo da pesca. E non avevo neppure un prezzo esposto che mi consentisse di decidere, prima di chiederla, se comprarla oppure no. Ho quindi comprato sulla fiducia. Il pescivendolo mi ha assicurato che era una spigola di mare e freschissima. E davanti alle mie perplessità sul pesce esposto mi ha raccontato la sua notte: all’una era dovuto partire per Porticello per andare al mercato e alle tre si era trovato sotto il terribile temporale che ha investito la costa palermitana.

Non ho ragione di mettere in dubbio il suo racconto. Anzi. È proprio quel racconto che mi interessa. Perché allora mi sono chiesta: quanto dei miei venti euro era il prezzo della spigola e quanto era il prezzo di quella notte? Quanto ho pagato il carburante per arrivare a Porticello e tornare? Quanto l’energia necessaria alla catena del freddo? Quanto il lavoro notturno, il temporale, il rischio dell’invenduto? E quanto, invece, il fatto che io non avessi davanti alcun parametro per sapere quale fosse il prezzo?

La normativa europea, peraltro, non considera queste informazioni un dettaglio. Anche per il pesce venduto sfuso devono essere fornite al consumatore indicazioni sulla specie, sul metodo di produzione, sulla zona di cattura o allevamento e sull’attrezzo di pesca. Non è burocrazia: è ciò che trasforma un atto di fiducia in una scelta informata. Ma quella piccola spigola palermitana racconta qualcosa di molto più grande. Perché tra Porticello e il mio piatto corre un filo invisibile che si chiama energia. Lo sanno i pescatori francesi, tornati a protestare anche per il peso del carburante. La pesca è una delle attività più direttamente esposte al prezzo dell’energia: si esce in mare consumando carburante, si conserva il pescato consumando energia, lo si trasporta consumando carburante. Alla fine qualcuno paga. E quel qualcuno siamo anche noi davanti al banco della pescheria.

Ecco perché la politica energetica non è una discussione astratta tra tecnici. È dentro la mia spigola.

Ed è qui che emerge una contraddizione che la politica italiana dovrebbe spiegare. Se il riscaldamento globale è alimentato soprattutto dall’accumulo dei gas serra derivanti dall’utilizzo dei combustibili fossili, che senso ha presentare la ricerca di nuovi giacimenti di gas e petrolio come una delle risposte alla nostra vulnerabilità energetica? Naturalmente non è la trivella a riscaldare fisicamente il mare. Trivellare significa però cercare nuovo carbonio fossile da estrarre e immettere nel sistema energetico: gas e petrolio che, quando vengono utilizzati, producono altra CO₂, mentre la filiera del gas comporta anche il problema delle emissioni di metano.

La contraddizione diventa allora quasi paradossale: cerchiamo sotto il mare nuovi combustibili fossili per garantirci energia mentre l’uso dei combustibili fossili contribuisce al riscaldamento di quello stesso mare e alla trasformazione degli ecosistemi dai quali dipende anche la pesca. Questo non significa immaginare che domani mattina l’Italia possa spegnere tutto il gas. Significa distinguere tra gestire una dipendenza che ancora esiste e investire per prolungarla.

E il nucleare? Anche qui occorrerebbe sottrarre il dibattito agli slogan. La Francia, il Paese europeo che più ha investito nell’atomo, ci ricorda un dato materiale spesso dimenticato: una centrale termoelettrica nucleare ha bisogno di dissipare enormi quantità di calore. Durante periodi di temperature elevate e scarsità o eccessivo riscaldamento dell’acqua, alcuni reattori francesi hanno dovuto temporaneamente ridurre la produzione o fermarsi per rispettare i limiti ambientali. Questo non dimostra che il nucleare “non funziona”. Dimostra qualcosa di molto più interessante: nessuna tecnologia energetica esiste fuori dall’ecosistema nel quale deve funzionare. E un sistema progettato per il clima del Novecento deve oggi confrontarsi con quello del XXI secolo.

Allora perché non rovesciare la domanda? Prima di cercare nuova energia sotto il mare, abbiamo utilizzato tutta quella che abbiamo sopra la testa? Prima di consumare altro territorio, abbiamo calcolato quanto possiamo ottenere dal repowering degli impianti eolici esistenti, sostituendo tecnologie vecchie con turbine più efficienti e aumentando la produzione senza moltiplicare proporzionalmente il consumo di suolo? E perché non accelerare su accumuli, reti intelligenti, efficienza energetica, elettrificazione, eolico offshore e tecnologie solari galleggianti, naturalmente sottoponendole alla verifica della loro compatibilità con ecosistemi, pesca e navigazione?

Forse la transizione energetica comincia proprio quando smettiamo di chiederci soltanto come produrre più energia e iniziamo a domandarci quanta ne sprechiamo, quanto costa trasportarla, quale dipendenza stiamo finanziando e chi, alla fine della catena, ne paga il prezzo. Stamattina io quel prezzo l’ho pagato venti euro. Mi resta una spigola di ottocento grammi e una domanda da rivolgere anche a Giorgia Meloni: se sappiamo che dobbiamo progressivamente ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, perché continuiamo a cercarne di nuovi sotto il nostro mare? Forse è da una spigola, e non da una trivella, che dovremmo ricominciare a parlare di energia.

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