Esattamente un anno fa, il 17 aprile 2012, il Senato approvava con una maggioranza bulgara (appena 11 no e 24 astenuti) il disegno di legge per l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. La proposta – scritta dal governo Berlusconi nel suo momento di più profonda crisi, per comprare un po’ di credibilità internazionale a basso costo – comporta una riforma epocale nella gestione della politica economica.

È stato promosso a principio costituzionale un approccio estremamente liberista e molto controverso, secondo cui la spesa pubblica in deficit, cioè non interamente finanziata dalla tassazione, è intrinsecamente sbagliata. Uno degli aspetti più importanti e sottovalutati della riforma è il declino dello stato sociale che potrebbe provocare. È difficile, se non impossibile, istituire uno schema pubblico di protezione sociale in pareggio di bilancio. In Italia tali schemi esistono già e non dobbiamo certo cominciare da zero. Ma il nostro welfare versa da almeno due decenni in una profonda crisi e necessita di riforme strutturali per poter garantire con efficienza un livello accettabile di servizi essenziali quali la sanità e l’assistenza. Tali riforme costano e, considerando la situazione di stress fiscale cui è già sottoposto il paese, non sarà facile finanziarle con la tassazione.

Ma è nel breve periodo che il pareggio di bilancio rischia di fare i danni peggiori, rendendo molto difficile la realizzazione di politiche anticicliche contro la crisi. In questa fase di recessione senza fine si tratta un atteggiamento autolesionista, che non può essere giustificato nemmeno con gli obblighi previsti dagli accordi fiscali europei. Il Fiscal Compact infatti si limita a suggerire l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, senza prescrivere alcun obbligo in merito.

Uno degli aspetti più grotteschi della trasformazione istituzionale è stato il silenzio-assenso della sinistra. In tutte le votazioni, i parlamentari del Pd hanno tradito una sostanziale ignoranza della sostanza profonda del provvedimento che stavano approvando. Non c’è stato, nel Pd e più in generale nel centrosinistra, alcun dibattito sulla riforma e sulle conseguenze macroeconomiche dell’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. Semplicemente, i vertici del partito hanno dato un ordine di scuderia, e i parlamentari hanno pigiato un tasto.

Sono pochissimi gli esponenti del Pd che hanno mostrato consapevolezza della portata dell’accaduto. Stefano Rodotà è stato forse l’unico a pronunciarsi in modo nettamente critico. In un articolo su Repubblica del 20 giugno 2012, Rodotà ha scritto: “Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre l’emergenza…Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono sopraffatte da richiami all’emergenza così perentori che ogni invito alla riflessione configura il delitto di lesa economia. In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che, negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perché s’invocano condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’una commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata. Con una battuta tutt’altro che banale si è detto che la riforma dell’articolo 81 ha dichiarato l’incostituzionalità di Keynes.
L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato nei principi costituzionali. La Costituzione contro se stessa?”

Oggi, il pretesto istituzionale usato dagli uomini di Bersani per promuovere l’elezione di un Presidente “condiviso” (che significa “non inviso a Berlusconi”) è l’articolo 87 della Costituzione, che dice: “Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”. Vale la pena sottolineare che su tanti temi, come appunto il pareggio di bilancio, Rodotà potrebbe ben rappresentare non solo gli elettori di centrosinistra e Movimento 5 Stelle, ma anche quelli del centrodestra, la cui retorica antieuropeista ha ora paradossalmente imposto il Fiscal Compact come uno dei bersagli preferiti del Pdl.

Da parte del Pd, la candidatura di Rodotà per il Quirinale non sarebbe insomma una scelta contro Berlusconi. Bensì il sostegno a una personalità che oggi rappresenta la più ampia quota possibile dell’elettorato, che ha una storia impeccabile sul piano politico, etico e umano, e che promette di essere autorevole garante della Costituzione contro gli interessi di parte.