Il suo nome non è mai uscito finora. Incredibilmente, da un certo punto di vista: è ritenuto vicino al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e ancor di più al presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi. Non ha un curriculum politico, al contrario degli altri candidabili al Colle, ma per tutta la vita si è dedicato alla riforma (e al rafforzamento) dello Stato e – con le dovute proporzioni – ai tagli dei costi superflui. Lui stesso mise in fila in un piccolo ma esauriente rapporto le spese strampalate del Palazzo del Quirinale. Sabino Cassese, 78 anni, giudice della Corte Costituzionale, potrebbe essere la colomba da estrarre dal cilindro per Pier Luigi Bersani. In queste ore è difficile scommettere su chiunque, visto che l’elezione del successore di Napolitano risulta fino a questo momento tra le più incerte della storia della Repubblica. Ma Cassese potrebbe incarnare la figura “di garanzia” auspicata da Silvio Berlusconi e di “non politico” ribadita giusto alcune ore fa da Gianroberto Casaleggio. In più Beppe Grillo ha confermato che i Cinque Stelle nell’elezione del nuovo capo dello Stato vogliono contare: “Voteremo la Gabanelli fino alla terza votazione, poi vedremo“. Il segnale è chiaro.

Da una parte il segretario del Pd ha vaticinato: “Si decide all’ultimo”: quindi i nomi “buoni” si tengono nascosti, mentre infuria la bufera intorno a tutti quelli apparentemente bruciati, Giuliano Amato compreso. Dall’altra parte è proprio Europa, l’organo di partito del Partito Democratico, a leggere in questa direzione un articolo di Repubblica: “Si parla a bassa voce di un nome molto autorevole e stimato – scrive il quotidiano diretto da Ezio Mauro – un giudice della Corte costituzionale attualmente in carica. Dal profilo bipartisan e senza precedenti parlamentari ma con esperienza politica”. Sembra un profilo cucito addosso come dalla sarta di fiducia. Come suggerisce Europa sarebbe così tagliato fuori Sergio Mattarella, spuntato fuori come outsider votabile anche dal Pdl. Resta da capire se la figura – autorevole – possa piacere anche ad altre forze politiche.

La vicinanza di Cassese – ministro della Funzione Pubblica nel 1993 – sia con Ciampi che con Napolitano mettono il giudice costituzionale sotto una luce non del tutto sgradita allo sguardo del centrodestra. Docente in diverse università di diritto pubblico e diritto amministrativo e alla Normale di Pisa, ma anche in alcuni atenei fuori d’Italia, Cassese si è “sporcato le mani”. Con la necessaria moderazione la sua storia personale potrebbe piacere anche al Movimento Cinque Stelle. Qualche esempio. Da ministro è ha riformato il sistema della pubblica amministrazione, introducendo concetti fino a quel momento (1993) inediti per l’Italia: la centralità del cittadino, i suoi diritti a poter fruire pienamente dei servizi. E allora più trasparenza, più semplificazione, riduzione delle norme, via libera alle autocertificazioni. Tutto questo non solo per riavvicinare finalmente i cittadini allo Stato (materia che Cassese ha sempre ritenuto centrale), ma proprio come carburante per risanare la macchina statale. In quell’occasione tagliò commissioni interministeriali, collegi, organismi di varia natura. Insomma: una revisione della spesa, avant la lettre.

Cassese non è completamente “fuori dai giochi”, non ha solo studiato, scritto e giudicato. E’ stato nel cda di Autostrade, nel consiglio generale delle Generali, è stato presidente del Banco di Sicilia, nel cda di Lottomatica.

Certo, il Pdl potrebbe ricordarsi quando Cassese scrisse sul Corriere della Sera contro i “suoi” commissari all’Antitrust, Giorgio Guazzaloca e Antonio Pilati, ricordando come i requisiti per far parte dell’Autorithy fosse la “notoria indipendenza” (laddove Guazzaloca era stato il sindaco di Bologna con Forza Italia e Pilati consulente di Fininvest). Certo, Berlusconi si dovrebbe anche dimenticare la “solerzia” con cui il giudice costituzionale pose diverse domande di carattere tecnico (e ben mirate) agli avvocati Ghedini e Longo che davanti alla Consulta intendevano difendere la legge sul legittimo impedimento. Il giorno successivo, peraltro, la Corte si espresse per mantenere la legge, ma nella sostanza la svuotò perché con una sentenza interpretativa ne eliminò alcune parti considerate “incompatibili” con gli articoli 3 e 138 (uguaglianza e riserva di legge costituzionale). In sostanza cancellò lo scudo al Cavaliere.

E Berlusconi dovrebbe fare finta di non sapere che sarà proprio Cassese il giudice relatore, il 23 aprile, sulla questione del conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dall’ex presidente del Consiglio nei confronti del tribunale di Milano che lo sta giudicando per frode fiscale nella vicenda dei diritti tv Mediaset: al centro ancora una volta il nodo del legittimo impedimento.

E poi la relazione sulle spese del Quirinale. Glielo commissionò proprio il presidente Ciampi subito dopo l’insediamento: “49 pagine, allegati compresi, non furono mai rese note – scrivono Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ne La Casta – E si capisce: le conclusioni, fra le righe, non erano lusinghiere. Nonostante i paragoni non fossero fatti con la monarchia inglese ma con la presidenza francese e quella tedesca”. Ricordano Stella e Rizzo che nell’estate del 2000 il totale dei dipendenti era 1859: 274 corazzieri, 254 carabinieri, 213 poliziotti, 77 finanzieri, 21 vigili urbani e 16 guardie forestali. “Numeri sbalorditivi – proseguono i giornalisti del Corriere della Sera nel loro libro, citando la relazione di Cassese – Il solo gabinetto di Gaetano Gifuni era composto da 63 persone. Il servizio Tenute e Giardini da 115, fra cui 29 giardinieri e 46 addetti a varie mansioni. Quanto ai famosi 15 craftsmen di Elisabetta II, artigiani vari impegnati nella manutenzione dei palazzi reali, al Quirinale erano allora 59 tra i quali 6 restauratrici al laboratorio degli arazzi, 30 operai, 6 tappezzieri, 2 orologiai, 3 ebanisti e 2 doratori”.

Alla fine, però, ci potrebbe essere una scheda di riserva. Quella di Franco Gallo, l’attuale presidente della Corte Costituzionale, eletto a gennaio con 14 voti a favore e una scheda bianca (la sua). Anche lui ha fatto il ministro nel governo Ciampi (aveva la delega alle Finanze). Anche lui è un “semplificatore”, ma nel campo fiscale. Anche lui può “vantare” una carriera priva di qualsiasi incarico politico. Di lui si parlò già per qualche ipotesi di governo istituzionale e di transizione per superare il momento di impasse. Gallo ultimamente ha pronunciato parole nette sia sull’urgenza di una riforma della legge elettorale sia sull’apertura ai diritti civili per le coppie omosessuali. Ma questo potrà bastare?