Esagera Renato Schifani che propone Silvio Berlusconi e Gianni Letta. Esagerano i Cinque Stelle che propongono Giancarlo Caselli e Gino Strada. Matteo Renzi ha appena impallinato Anna Finocchiaro e Franco Marini. Romano Prodi è sempre stato poco incline al dialogo con il campo berlusconiano e quindi sembra fuori gioco. Gli altri candidati al Quirinale che seguirebbero il “metodo Grasso” (Rodotà, Zagrebelsky) e che attrarrebbero i voti di centrosinistra e Cinque Stelle sarebbero visti dal centrodestra – pronto alle barricate – come la conquista del Palazzo d’Inverno. Ma la mossa del “rottamatore” – che ha scosso le acque con le sue punzecchiature ai vertici del partito – potrebbe avere un senso, in vista del via alle votazioni per il presidente della Repubblica, alle 10 di giovedì prossimo, 18 aprile. Perché dalla rosa di nomi che gira nel Partito Democratico sono stati espunti tutti i nomi tranne uno: Giuliano Amato.

L’ex presidente del Consiglio sarebbe il cavallo di Troia non solo del Pdl per fare breccia nelle chiusure del Pd. Ma sarebbe anche l’arma con la quale Renzi vorrebbe andare alla guerra (interna). Soprattutto Amato – che peraltro ha più estimatori all’estero che non in Italia – ha il physique du role della “figura di garanzia” auspicata dallo stesso Silvio Berlusconi. Amato non è mai sceso in trincea contro il Cavaliere, pur scegliendo il destino del centrosinistra (è stato presidente del Consiglio dopo il fallimento dei due governi D’Alema e poi ministro dell’Interno di Prodi nel 2006). Per giunta Amato è stato vicino a Bettino Craxi per anni (e quindi vige la proprietà transitiva) ed è stato in prima fila ai tempi dei decreti sulle antenne tv che hanno dato il via libera al duopolio anomalo che caratterizza il sistema televisivo italiano. Di più: Amato presidente difficilmente darebbe un nuovo incarico a Bersani e spingerebbe – come Napolitano, se non di più – per un accordo il più largo possibile per un governo di transizione che porti il Paese a nuove elezioni, in autunno. D’altra parte sia Berlusconi sia Renzi non vedono l’ora di andare al voto. I due si sono incontrati al teatro Regio di Parma dove, entrambi, hanno partecipato alla celebrazione del centenario di Pietro Barilla. Certo, sia per il Cavaliere sia per il sindaco di Firenze il problema diventerebbe poi spiegare una scelta del genere perché se la Finocchiaro e Marini rappresentano la casta, figurarsi Amato spesso al centro della polemica per le sue pensioni. E Amato è il capo del governo che decise nottetempo i prelievi forzosi dai conti correnti (1992) a causa delle casse dello Stato disastrate.

L’effetto in Parlamento di un possibile accordo Berlusconi-Renzi, ad ogni modo, sarebbe che i parlamentari “renziani” si porterebbero dietro anche veltroniani e dalemiani. Una sinergia inedita tutta giocata in funzione anti Bersani, per togliere il freno a mano messo dal segretario nel dialogo con il centrodestra e in generale sulla formazione di un possibile governo.

Silvio Berlusconi nelle dichiarazioni ufficiali chiama ancora lo stesso Bersani: “Mi auguro che si elegga il presidente della Repubblica al primo voto. Magari, ma vedo la situazione ancora assolutamente indeterminata – risponde al Tg5 – Aspettiamo indicazioni dal Pd. Noi abbiamo chiarito la nostra posizione sin dal primo giorno successivo alla comunicazione dei risultati elettorali. Siamo in campo a disposizione per collaborare a un governo che possa provvedere a fare quelle leggi che dovrebbero far ripartire da subito l’economia, invertendo la situazione attuale”.  In più il segretario del Pdl Angelino Alfano ha confermato che il leader del Popolo delle Libertà sarà in Friuli Venezia Giulia per la campagna elettorale delle regionali. Quando andrà? Alle 18 di giovedì, quando la seconda votazione inizierà alle 16. Come a dire: che ci sia un candidato da votare per il centrodestra è quasi impossibile.

Bersani, intanto, nega che domani si possa incontrare con il leader del Pdl e conferma che d’accordo con Mario Monti conviene di “ricercare la massima convergenza possibile tra le forze politiche per la scelta di un candidato autorevole che possa rappresentare l’unità nazionale, come indicato dalla Costituzione”. Ma il leader del centrosinistra usa parole significative: “Facciamo sempre questo cinema, ma quando c’è da prendere una decisione, decidiamo”. Quanto al Quirinale, “si decide all’ultimo”. Parole che potrebbero mettere i brividi al centrodestra. Perché se da una parte Romano Prodi è un nome votabile dai parlamentari Cinque Stelle (sempre se arriva il “timbro” delle consultazioni online), dall’altra il centrosinistra difficilmente disdegnerebbe i nomi di Rodotà e Zagrebelsky. Per Berlusconi sarebbe una Waterloo: sarebbe atterrito da scenari del genere. Anche perché la “strategia” che vede Amato al centro varrebbe fino alla terza votazione, l’ultima nella quale servirà la maggioranza qualificata dei due terzi. Per Bersani la contromossa potrebbe essere indurire ulteriormente la propria posizione. Puntare a quel punto proprio su Prodi o tornare sulla Finocchiaro (la preferita di Roberto Maroni) o Marini (su cui convergerebbero i voti di Scelta Civica). Le sorti della scelte delle Camere in seduta congiunta sono quindi legate a doppio filo con quelle del Pd. E quindi il ragionamento che si concretizzerebbe in caso di “rivolta” di un pezzo di partito sarebbe: se il Pd deve rompersi, almeno si rompa su un candidato per il quale vale la pena. Cosa farebbero i renziani nel caso la controproposta fosse proprio Prodi? Ma l’altra ipotesi (per non spaccare né il partito democratico né il Parlamento) sembra già pronta: in caso di stallo, pur di evitare fratture, si virerebbe su Paola Severino.