L’Italia è in agonia. Da due mesi le istituzioni sono bloccate nella triangolazione Pd-Pdl-M5S. Grillo non vuole governare con Bersani che non vuole governare con Berlusconi (fino a prova contraria). Ogni giorno il pubblico viene stordito da faide interne ai partiti, deportazioni di parlamentari in pullman, spettacolini in streaming, resoconti di trattative più o meno segrete tra i leader. E intanto l’economia muore.

In un esame delle istanze di fallimento registrate presso le Camere di Commercio pubblicato su Il Sole 24 Ore, Cerved mostra che dall’inizio dell’anno sono fallite 4.218 imprese, il 13% in più rispetto allo stesso periodo nel 2012. 43 istanze di fallimento al giorno. Sono numeri in continua crescita: nel 2012 furono 12.442, più di mille al mese, 34 al giorno: in aumento del 2,3% sul’’anno precedente e il 32% in più rispetto al 2009. Stamattina l’Istat ha annunciato che a febbraio la produzione industriale è calata dello 0,8% rispetto a gennaio e del 3,8% su base annua (rispetto al febbraio 2012). Si tratta del diciottesimo ribasso consecutivo.

Non c’è da meravigliarsi che la disoccupazione sia cresciuta, da gennaio 2012, dell’1,5%, raggiungendo tra i giovani tra i 15 e i 24 anni il record del 37,8%. Più di un giovane su tre è disoccupato. Al peggioramento dei dati contribuisce anche la pubblica amministrazione, dove l’occupazione, secondo l’ultimo rapporto Aran, ha registrato un calo di 230mila dipendenti dal 2006 al 2011 (circa il 6%), in seguito ai vincoli sul turn-over e ai provvedimenti di riduzione degli organici.

Il calo della domanda è una conseguenza ovvia di tale congiuntura. È di ieri la notizia che il reddito disponibile (calcolato dall’Istat sommando ai redditi primari le operazioni di redistribuzione secondaria effettuate dalla PA mediante imposte, contributi, prestazioni sociali e altri trasferimenti) è diminuito del 2,1% nel 2012. Il potere di acquisto delle famiglie (il reddito disponibile in termini reali, cioè al netto dell’inflazione) ha registrato una diminuzione ancora più drammatica, del 4,8%, nello stesso periodo. Consultando i microdati dell’Indagine sui Bilanci delle Famiglie della Banca d’Italia (gratuitamente disponibili sul sito della Banca) si può verificare che, nel campione usato per l’Indagine, la percentuale di poveri in Italia è da tempo superiore a quella degli altri grandi paesi dell’Eurozona.

Lo scenario non è destinato a migliorare. Secondo il Documento di Economia e Finanza sul tavolo del “prorogato” Consiglio dei ministri, il Pil calerà dell’1,3% nel 2013. Il rapporto tra debito e Pil pertanto aumenterà ancora, fino a raggiungere quest’anno il 130%. Mentre il Fiscal Compact ci impone di rientrare entro la soglia del 60% nei prossimi 20 anni, a un ritmo pari a un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità. Ciò significa che il bilancio dello Stato dovrà registrare dei robusti avanzi primari fino al 2033. Altri venti anni di austerità, che si innesteranno nella crisi economica più grave sperimentata dal nostro paese nel dopoguerra. Gli ultimi governi hanno reagito alla pressione degli accordi europei tagliando le spese più facilmente aggredibili, dove l’aggredibilità, finora, sembra essere stata determinata soprattutto dalla capacità di “difendersi” delle categorie sociali e dei gruppi di potere che di tali spese beneficiano. Questione di rapporti di forza insomma, invece che ragioni di efficienza economica.

D’altro canto, senza governo – o con un governo Monti in prorogatio – non si può rinegoziare il Fiscal Compact chiedendo la sostituzione dell’obiettivo autolesionista di dimezzare il rapporto Debito/Pil in venti anni con quello più ragionevole di stabilizzarlo. Senza governo – o con un governo Monti in prorogatio –  non è possibile promuovere a livello europeo una svolta rispetto all’austerità cieca e sorda di marca tedesca. Né si può dialogare credibilmente su una riforma della Bce che includa occupazione e crescita tra i suoi obiettivi primari. Meno che mai si possono avviare le azioni pubbliche interne di cui avremmo un disperato bisogno, dalla lotta a evasione, corruzione e mafia, al rilancio degli investimenti pubblici in istruzione, ricerca e giustizia.

Questa somma di impossibilità è tanto più dura da digerire se si considera che le due principali forze in Parlamento, Pd e Movimento 5 Stelle, a parole si dichiarano concordi nel desiderare i provvedimenti appena menzionati.

Sul Fiscal Compact per esempio, come abbiamo sottolineato nel blog di Programmi in Movimento, tra Pd e M5S ci sarebbe in teoria una certa convergenza. Nel primo degli ormai superati otto punti di Bersani si invocava la promozione a livello europeo di politiche fiscali anticicliche, anche a costo di un temporaneo aumento del debito, e una ridefinizione degli obiettivi fiscali dell’eurozona. Sul blog di Grillo d’altro canto si leggono spesso invettive contro il Fiscal Compact, e il programma del M5S implica aggravi di spesa pubblica tali da rendere praticamente inevitabile una ridefinizione degli accordi europei.

È un peccato che tale convergenza, su questo e altri punti, sia destinata a rimanere sulla carta dei programmi. Non solo perché così si butta al vento l’occasione storica di realizzare riforme fondamentali per il bene comune, ma anche e soprattutto perché ogni giorno perduto senza un governo che funzioni rende sempre più irreversibile la crisi in cui siamo precipitati.